Flussi di Sergio Benvenuto

LA GIOIA. ECCESSIVA. DI. ELVIO. FACHINELLI08/feb/2017


1.

 

           In una delle prime pubblicazioni di Elvio Fachinelli, "Il magistrato e la tarantola" del 1967[2], appaiono in nuce già quasi tutti i temi che svilupperà negli anni successivi.  Un suo paziente, magistrato quarantenne, per due volte è deciso a tradire sua moglie andando a letto con un'amica.  Ma tutte e due le volte è vittima di crisi di vertigine, che gli mandano a monte la scappatella.  La seconda volta la crisi irrompe a seguito di un sogno, fatto il giorno prima di recarsi all'appuntamento colpevole: "...[il sognatore] gira per le scale e i corridoi del palazzo di Giustizia, un vero labirinto... nel suo girare vede scritto per terra: Di Pietro, il nome di un ministro della Giustizia...", e a questo punto si sveglia in preda a vertigini.  Al sogno il magistrato associa gli epilettici, e le donne morse dalla tarantola che vedeva da bambino al suo paese, il giorno di San Pietro, agitarsi per giorni sul sagrato di pietra, cercando di stabilire un bizzarro contatto con la folla, e sorvegliate severamente dai carabinieri.

           Attraverso le vertigini – nota Fachinelli - il magistrato non solo sfugge alla tentazione sessuale, ma si identifica alle tarantolate.  In effetti, "il morso della tarantola è la raffigurazione mitica di una crisi profonda dell'individualità", ma anche un modo di perseguire un nuovo equilibrio psichico attraverso la ricerca di un modo "altro" di comunicare con gli altri.  E come le tarantolate venivano contenute dai carabinieri, così il magistrato è contenuto da "Di Pietro", da un mausoleo giudiziario.  Resta la vertigine - mimesi isterica di una cura mistica - come messa in scena di un tentativo, che lui però non accetta, di un contatto diverso con gli altri.

           Per Fachinelli il sintomo, oltre a essere in relazione con una forma di socialità "mistica", mette in atto l'inconscio, come in un teatro sconsacrato.  L'inconscio per lui è a un tempo un'esperienza erotica esorbitante, un modo cenestetico di essere, e un tentativo di modalità di essere-con-gli-altri.  Sin dall'inizio Fachinelli si interessa a dar spazio all'inconscio - e a dargli tempo - come istanza temuta perché in sostanza troppo piacevole.  Già allora l'inconscio gli appare fonte della Lebenswelt, del mondo della vita che ci spinge verso gli altri, nella temporalità storica.  Fachinelli non apprezza la lettura corrente della frase freudiana wo Es war, soll Ich werden (“dove Ciò era, là Io devo addivenire”), non intende prosciugare l'inconscio come gli olandesi prosciugarono lo Zuidersee (secondo la metafora di Freud), ma anzi vuol far affluire il mare sulla terra, animare la pietra dura del palazzo di Giustizia con le forme femminili e fluide del movimento.  Fachinelli tende a indebolire le difese, ma non - come nella classica analisi dei meccanismi di difesa - per stabilire nuove difese più efficienti e meno costose, bensì proprio per lasciar esprimere qualcosa che in un primo tempo egli chiamava desiderio.

           Negli anni ‘70 analisti e psichiatri si erano divisi sulla terminologia.  Alcuni parlavano sempre di bisogni; altri, sedotti soprattutto dai pensatori francesi dell’epoca, parlavano a tutto spiano di desiderio.  Fachinelli adotta questa seconda dizione, anche se non per le identiche ragioni dei "parigini".  Fachinelli si rende conto del fatto che i famosi bisogni da soddisfare, magari attraverso mobilitazioni sindacali (nello stile basagliano più servizievole), sono i desideri giudicati ragionevoli dai "saggi", insomma le voglie che l'Autorità ci ha dato il permesso di cercare di soddisfare attraverso risposte adatte e corrette.  Fachinelli invece riprende da Lacan il progetto di far emergere il désir, domanda per natura inammissibile e inopportuna per ogni autorità (anche di sinistra), e mai soddisfatto da alcuna "risposta", governativa, sanitaria e persino affettiva.

           In una riunione degli anni ‘70 a cui partecipai, una ragazza, infatuata di Agnès Heller, si mise a parlare di "bisogni radicali" - quell'anno era la parola-chiave.  Elvio sbottò ridendo: "quando sento parlare di bisogni, penso sempre che si voglia andare a fare pipì." Un esempio della leggerezza di Fachinelli - critico sardonico, caustico, mai pontefice oracolare o prolisso.

           Anche lo stile del migliore Fachinelli scrittore è di solito ironico.  Senza mai livore polemico, oscilla tra l'argomentare dotto e l'impennata letteraria; con un respiro arioso e fluttuante come le onde del mare.  Non indulgeva molto al gergo d'epoca, anche se lui - articolista de L'Espresso - seppe parlare in modo persuasivo alla propria epoca; ma non amava i paroloni che andavano per la maggiore.  Si staccò da Quaderni piacentini, presumo, soprattutto per ragioni di stile: come poteva digerire quella accigliata prosodia di teologi del marxismo?

 

 

2.

           Il suo pensiero presto ruota attorno a una dicotomia, che assumerà varie figure: da una parte appunto la vita come movimento eracliteo, temporalizzazione cinetica; dall'altra l'angustia della spazializzazione e pietrificazione.  Al primo tema appartengono l'agitazione politica e motoria, la gioia creativa, i movimenti conviviali in statu nascendi, le "bocche che si aprono" in una ritrovata agorà - da qui il suo interesse per i nuovi media “dal basso”, le radio libere (lo avrebbe affascinato Internet).  Al secondo tema appartiene la gestione igienica e tecnocratica dei bisogni, il controllo burocratico, le istituzioni ingessate per proteggersi dalla dinamica della vita, "le bocche chiuse", anche nei consessi della Società Psicoanalitica Italiana ("…è notevole che i due livelli estremi della società [SPI] - candidati e didatti - siano in maggioranza e stabilmente a bocca chiusa: i primi anche se presenti; i secondi proprio perché perlopiù assenti."[3]).

           Qui parla dei bambini dell'asilo autogestito di Porta Ticinese, basato su principi anti-autoritari, del quale era consulente:

 

Rispetto ai bambini delle borghesi milanesi (infagottati, appena muovono qualche passo, subito sono richiamati [...]) quelli dell'asilo sembrano una specie diversa.  Nel modo di muoversi, di correre, di avere contatto con la terra, di toccarsi, fanno apparire gli altri immobili, quasi catatonici[4].

 

           Da una parte l'immobilità catatonica, l'infagottamento; dall'altra il movimento, la corsa.  La vita è cinesi nello spazio, freccia.

           Nel caso del magistrato di cui sopra, il primo corno della dicotomia ruota attorno al significante pietra: ministro Di Pietro, giorno di San Pietro, pavimento di pietra dove le tarantolate si contorcono, marmi gelidi del palazzo di Giustizia di Milano.  Il secondo corno qui è l'erotismo centrifugo, la vertigine, lo scuotersi, l'aprirsi "femmineo" agli altri; più tardi assumerà, nella sua scrittura, forme acquatiche, marine, estatiche.  Ma questa dicotomia innesterà una dialettica essa stessa vertiginosa: questo desiderio o morso come arché (origine, comando) del movimento e della temporalizzazione della vita solo in apparenza è esso stesso movimento e temporalità.  Poco a poco, finirà col pensare che l'arché consista paradossalmente in una chiusura radicale e originaria - sacra.  L'accettazione del tempo storico apparirà allora il prodotto di una recettività a qualcosa di atemporale e pre-storico.  Trascinata da una dialettica spericolata, la vita si chiude nell'angustia immobile delle istituzioni perché rimuove o aliena la propria fonte, che è, in ultima istanza - questa è la più tarda "illuminazione" di Fachinelli - un'esperienza difficile da tollerare, un eccesso di gioia.  La vita nega se stessa col tempo, pietrificandosi nel mondo delle "bocche chiuse", perché non può sostenere a lungo l'eccesso che la genera e la rilancia.  Si estenua nella ripetizione triste perché non vuole ritornare a ciò che veramente la comanda: il dono della gioia.

           Ma il dubbio che si fa strada nel militante anti-autoritario che lui allora era è: la freccia temporale si muove davvero?  La freccia può anche essere immobile, come nella segnaletica: rappresenta meramente il movimento.  Il fiume della vita minaccia continuamente con un'ansa circolare di ritornare indietro, riducendo la vita a mera rappresentazione di sé stessa, come quella offerta dalle tarantolate nella chiesa circondata dai carabinieri.

 

3.

 

           Fachinelli ha voluto mettere in contatto la psicoanalisi con i due grandi temi che hanno dominato - e ossessionato - il pensiero e l'arte contemporanei: la temporalità e il mondo-della-vita.  Fachinelli ha sprovincializzato la psicoanalisi italiana, troppo spesso autoseclusa nel buon senso terapeutico o nelle noiose diatribe tra scuole.  Ben pochi analisti - tranne Lacan quando ha parlato di tempo logico - si sono occupati del tempo, dentro e fuori l'analisi.

           Da Bergson e Heidegger in poi, il tempo è risultato la sola verità ancora sostenibile, la vera non-presenza al fondo di ogni cosa che è presente.  D'altro canto, con accenti diversi - da Nietzsche fino al secondo Wittgenstein - si è affermata l'idea che a fondamento del sapere e delle forme sociali non c'è la ragione, la materia, Dio, o gli atomi: c'è solo la vita, la cui emergenza produce le forme in cui prende senso e, col tempo, si dimentica di sé.  Il mutare temporale come verità ultima delle cose, e l'urgenza della vita come fonte irriducibile e fondamento delle forme rappresentative, sono l'orizzonte entro cui l'uomo moderno pensa la propria verità e il proprio compito.  Fachinelli ha recepito la centralità di questi temi nel nostro Zeitgeist.

           Si ricorda ancora Fachinelli, per lo più, solo per aver cavalcato da psicanalista-giornalista i movimenti di contestazione degli anni ‘60 e ‘70, e poi per aver proposto la distinzione tra una "psicoanalisi delle domande" (quella buona) e una "psicoanalisi delle risposte" (da superare).  Ma se l'opera di Fachinelli si fosse ridotta a un'ennesima variante di freudo-marxismo, in tutta franchezza, non sarei certo diventato suo allievo.  Si dà il caso che quando lo conobbi, nel 1974, fossi già prematuramente scomparso dall'orizzonte marxista, e mi orientavo, allora, verso un riformismo liberal.  Lui credeva nella Rivoluzione (in un senso che cercherò di precisare), io La vedevo come un'ennesima Illusion.  Infondo, a parte una comune simpatia per Lacan, avevamo origini culturali diverse: Fachinelli si era formato all'hegelismo francofortese (soprattutto Benjamin, Adorno e Marcuse), io avevo passato i miei anni migliori nella Parigi tarantolata dal post-strutturalismo.  Tutte queste differenze non ci impedirono di lavorare assieme.  Credo che ci attraesse l'uno verso l'altro l'impulso a occuparci di tante cose insieme, a disperderci nei tanti rivoli delle "cose interessanti".  Fachinelli difatti non fu mai solo psicoanalista: fu giornalista, editore, direttore di riviste, leader politico-esistenziale, scrittore...  Come avrebbe mai potuto prendersi sul serio senza il rigore di quel suo febbrile dilettantismo?

           Comunque, sin dagli inizi degli anni '80 Fachinelli, con le sue sensibilissime antenne storiche, realizzò che la Speranza comunista non aveva futuro.  Ma infondo egli non fu mai veramente marxista - anarchico, vitalista libertario, piuttosto.  Del resto, per tanti intellettuali del nostro secolo, che cosa è stato il marxismo se non una giacca e cravatta, alquanto strette, indossate per rendere presentabile in società il proprio nudo, scabroso anarchismo?  Del resto Fachinelli non ha mai creduto nella mistica del Popolo: "Ogni gruppo rivela, presto o tardi - scrisse - problemi difficili e soprattutto invischianti.  In fondo credo soltanto a ciò che si può ottenere, alla lunga, con l'intelligenza personale, con il proprio minimo personale [corsivi di Fachinelli]"  Per lui la Rivoluzione era la possibilità di generare individualità nuove e sorprendenti, non il liquefarsi degli individui nella gelatina collettivista.  Voleva farsi penetrare dai suoni della vita, che non fanno concerto ma si stagliano nella loro solitaria e dissonante individualità.  Perché i suoni diversi

 

diventano voci singole, con timbro e grana diversa.  Di fronte a ciascuna, non attesa né timore.  Soltanto meraviglia[5].

 

4.

           La freccia ferma[6] si apre con la storia di un paziente ossessivo.  Per un piccolo industriale quarantenne "dal momento di alzarsi dal letto, la mattina, fino a quello di addormentarsi, la sera, tutto deve essere compiuto secondo un 'sistema' di regole minuziose e complicate [...] Il più semplice movimento da parte sua (...) implica l'obbligo di osservare tanti e così precisi procedimenti che egli preferisce rimanere seduto"[7].  Queste regole e procedimenti discendono dai Dieci Comandamenti mosaici, ma gli atti impuri, che ne derivano grazie a una catena associativa sfrenata, invadono gran parte della sua vita quotidiana.  Ad esempio, "atto impuro è allora dire la parola giallo, perché giallo rimanda a limone, e limone a limonare".  In questo sistema paralizzante di divieti, può accadere che è impuro qualche atto urgentissimo.  Costretto a compiere comunque l'atto indispensabile, il Nostro opererà allora "l'annullamento": farà in senso inverso tutte le azioni che ha compiuto fin dal momento in cui ha commesso l'atto impuro, come quando si gira all'indietro una video-cassetta per tornare al punto di partenza.  Fachinelli vede in questi annullamenti ossessivi una tecnica per annullare il tempo.  Ovvero, il tempo perde la sua continuità e irreversibilità, risulta spezzettato in una serie di "ora" che si succedono e tornano indietro.  Come nel paradosso di Zenone, la freccia schioccata non potrà mai veramente muoversi: impastoiata negli infiniti "qui" ed "ora" che deve attraversare, si gelerà nell'icona del movimento.

           L'ossessivo, irretito in concatenazioni a loro modo fin troppo logiche, pare proteggersi dal dinamismo della vita e della storia tornando sempre al punto di partenza.  Come certe culture primitive o fasciste, anche l'ossessivo mira all'Eterno Ritorno dell'Eguale.  E questo immobilismo è l'epitome di tutte le forme sociali e istituzionali che congelano la vita desiderante.  Anche dell'istituzione psicoanalitica: "Alcuni analisti hanno l'impressione netta che prima di intraprendere questo mestiere impossibile erano più vivi - soprattutto più mobili [corsivo mio], in ogni senso."[8]

           Da una parte, quindi, la freccia del tempo, in cui mai nulla si ripete.  Dall'altra, il tempo circolare delle società primitive e delle istituzioni "ossessive" dove la fonte vitale si ritorce circolarmente nell'auto-rappresentazione.  Fachinelli, che pur aveva una configurazione fisica rotondetta, detestava le forme tonde: in tanti suoi colleghi SPI vedeva "personalità smussate, arrotondate, senza spigoli".  Il serpente che si morde la coda, la rotonda bocca chiusa di certi analisti didatti: difese contro lo slancio appuntito del tempo storico.  Amava lo spigolo, la freccia - il suo stesso stile era inconcluso, pungente, spesso si interrompeva nella punta di un "…".

 

 

5.

 

           Diciotto anni dopo "Il magistrato e la tarantola", Fachinelli pubblica un altro breve scritto, "Sulla spiaggia"[9].  Qui il protagonista non è più un paziente ma sé stesso, mentre se ne sta su una spiaggia.  In uno stato di dolce passività, un'illuminazione, a un tempo fisica e intellettuale, irrompe dal mare come Ulisse emerse dalle onde incontro a Nausicaa: "un'accettazione di qualcosa che veniva, in certo senso, dall'esterno, dopo un estenuante brancolare...  Non meditazione né raccoglimento.  Accoglimento."[10]  In un darsi squisitamente femminile, Fachinelli, come Nausicaa, accoglie.  Mentre il magistrato contenuto da Di Pietro rifiutò la modalità femminile - non fece l'amore con l'altra, non accettò di scuotersi nel piacere come le tarantolate -, Fachinelli invece finalmente l'accetta, da qui "gioia con senso di gratitudine".  Mentre Freud e la psicoanalisi "spazializzata" - topica e topologica - demoliscono e ricostruiscono continuamente dighe e barriere come difese, occorre piuttosto "lasciar affluire, lasciar defluire, immergersi, nuotare nella corrente."[11]

           Nel frattempo, era diventato evidente per Fachinelli il fatto che la difesa ossessiva e istituzionale contro il tempo e la storia fosse connessa a una perdita della dimensione del dono e dell'accettazione (Melanie Klein diceva della gratitude).  Perché la freccia non ritorni come un boomerang, occorre che essa sia lanciata da un atto inaugurale di dono gratuito, e solo l'accettazione di esso ci permette allora di "nuotare nella corrente".

           Negli anni ‘60 e ‘70 in effetti Fachinelli nuotò tra i movimenti spontanei, chiamato da una spiaggia a lui stesso ignota.  Eppure, oggetto elettivo dell'ironia satirica dei suoi scritti negli anni ‘60 e ‘70 non erano i reazionari, i burocrati del Partito, gli psichiatri asilari, ma al contrario proprio i suoi colleghi psicoanalisti e tanti "gruppettari" dell'epoca.  Insomma Fachinelli fu un critico dall'interno sia della sinistra extra-parlamentare (come allora si chiamava) che del movimento psicoanalitico.  Gli piaceva Karl Kraus, uno dei più caustici critici della psicoanalisi al suo sorgere viennese.  Ilare guastafeste, come un fool shakespeariano dell'Italia catto-comunista agitata dal radicalismo, segnalò con (in)tempestiva precocità la deriva settaria del movimento gauchiste che pur lo affascinava finché restava appunto mobile; e denunciò le sclerosi della società psicoanalitica, quando inamidatasi nella difesa della propria rispettabilità.  Eppure vibrava sempre una nota di pessimismo nella sua rivendicazione della liberazione della vita.

           Pessimista è il suo tirare le somme della sua esperienza, nel 1968, con un gruppo di studenti trentini: accettò di partecipare come analista a un loro controcorso centrato su psicoanalisi e società.  Fu colpito soprattutto dal modo in cui quel gruppo sessantottesco decise di chiudere le porte a nuovi eventuali partecipanti.  E difatti,

 

creato il gruppo chiuso, il processo di differenziazione (...) dagli elementi di estraneità presenti nel gruppo, continuò con quasi intatta violenza; e parallelo ad esso, [...], il processo di progressiva adeguazione a un'immagine di gruppo omogeneo, perfettamente fuso nella unità dei suoi membri.  L'estraneo, il diverso, concreto, tangibile (...), doveva essere eliminato, .., per far posto a un uguale sempre più perfetto, e dunque sempre più intangibile...[12]

 

Da qui l'inclinazione persecutoria nei confronti di individui e sotto-gruppi che apparivano come un diversivo dell'unità ideale del gruppo: "le inevitabili espulsioni e frammentazioni interne, (...) frutto di una continua difesa dell'ideale di gruppo continuamente minacciato, segnano il percorso di un processo di settarizzazione."[13] Insomma, ci sarà sempre uno più puro di me che mi epura.  Fachinelli, nel suo fondo libertario, percepiva, già nel 1968, quel clinamen che avrebbe portato alla diaspora delle parrocchie marxiste, e quindi agli anni di piombo.

           Avvertito dalla sua esperienza trentina, Fachinelli tra il 1974 e il 1976 organizzò un gruppo di auto-formazione a Milano - al quale io stesso partecipai fino al suo scioglimento.  Soprattutto era un gruppo aperto: a ogni seduta, settimanale, potevano fare il loro ingresso membri nuovi.  Il solo impegno che si richiedeva ai "nuovi" era di portare nel gruppo, prima o poi, un trauma che avevano vissuto.  Al suo interno Fachinelli si comportava da analista, ma negava di essere "l'analista" o "il formatore" del gruppo - ambiguità che non mancò di innescare la contestazione da parte di alcuni dei partecipanti, che presero a ritorcere contro di lui l'attacco ai "ruoli rigidi" e alla “leadership autoritaria".  I fomentatori della contestazione dell’analista contestatore furono l'economista Nanni Arrighi e Giorgio Gaber.

           In quel caleidoscopio fluido mi divertii, anche perché era un ring dove si pestavano promiscuamente i piedi gran parte dei movimenti, dubbi, cotte e deliri che fluttuavano nella swinging Milano di quegli anni ruggenti: gli astri nascenti del femminismo e dell'Autonomia, ma anche il rifluire dall'impegno politico verso preoccupazioni più intimiste e verso la stella polare psicoanalitica, nuova via di Salvezza individuale dopo le delusioni della Rivoluzione collettiva.  Poi Fachinelli sciolse quel gruppo.  Quando, in privato, gli chiesi perché, mi rispose candidamente "non mi divertiva più!"  Egli era sostanzialmente infedele alle sue passioni e creature, come anche alle sue donne, quando il rapporto con esse entrava nella bonaccia della routine, nel mero bisogno di perpetuarsi.

           L'aver "ucciso" il suo gruppo proprio quando aveva preso a marciare non deve sorprendere: analogamente Fachinelli detestava le analisi lunghe.  Lo vidi irridere amabilmente, intonando canzoni napoletane di eterno amore, un nostro amico che confidava di essere in analisi già da quattro anni - una durata oggi considerata minimale.  Grillo parlante del Pinocchio-analizzante, Fachinelli coglieva la doppiezza del grande clamore culturale della psicoanalisi all'epoca.  Da una parte l'analisi, cessando di essere una pratica puntuale, allungandosi a dismisura nel tempo, si proponeva sempre più come una sorta di milizia che esigeva una conversione spirituale.  Dall'altra l'analisi, proprio isolando analista e analizzante nel recinto protetto di una "cultura a due", mancava la ricaduta terapeutica e anche quell'apertura ai tempi vitali e a quel risveglio che può rendere la vita creativa.  Dietro il culto di massa di Freud all’epoca, Fachinelli percepiva una freudolenza, se mi si permette il bisticcio, che includeva – è la mia snesazione - una parziale presa di distanza dalla propria professione e vocazione.  Vedeva anche la psicoanalisi afflitta da una sindrome settaria, come gli studenti trentini da lui monitorati, la vedeva cioè ripiegarsi in un idillio blindato con la propria immagine ideale per tener lontane le diversità - ad esempio, denunciava il principio tacito secondo cui un omosessuale non possa essere un buon analista.  Intuiva che quel dilagare di psicanalese si basava su illusioni che, prima o poi, sarebbero state smascherate.

           Lo psicoanalista paladino di Freud, che come i carabinieri all'Arma resta nei secoli fedele, è vittima di un tipico errore di percezione.  Non vede - a cominciare da Freud - la forza seduttiva della psicoanalisi, per cui nelle passioni che essa suscita vede solo resistenze e misconoscimenti.  Intruppato nel patriottismo analitico, si scaglia come un mastino contro tutti i movimenti e i programmi di ricerca che potrebbero entrare (o sono già) in competizione con la psicoanalisi.  Diversamente da questo bisbetico crociato della psicoanalisi, Fachinelli invece seguiva con favore molti sviluppi extra-analitici - ad esempio, le terapie ispirate alle idee di Bateson, certa anti-psichiatria.  Sono convinto che oggi avrebbe guardato con interesse anche a certi exploits affascinanti della ricerca neuroscientifica, da Varela ed Edelman a Rizzolatti e Gallese.

           In quegli anni il culto di Marx e di Freud aveva ormai costruito istituzioni disciplinate, legioni di professionisti osannati, partiti corazzati, macchine gigantesche, le cui ruote però giravano nel vuoto.

 

Chi guarda [la psicoanalisi] da fuori, da lontano, come uno straniero e come un postero, vede un gigantesco dispositivo, [...] di cui ogni movimento è stato predisposto con cura e precisione, ogni meccanismo registrato e controllato.  Ma questo dispositivo è fermo[14].

 

Fachinelli, "straniero e postero" nei confronti soprattutto di ciò di cui faceva parte, nella febbrile mobilitazione psicoanalitica di quegli anni - di cui l'effimera meteora di Verdiglione fu fenomeno eloquente - vedeva una macchina segretamente immobile.

 

 

6.

           In un convegno milanese del 1975, Fachinelli lesse un testo sul denaro in analisi[15].  Fece notare con impertinenza che, prima o poi, emerge in tanti analizzanti l'identificazione dell'analista con una prostituta.  Questo non solo perché l'analista viene pagato a ore, per una prestazione in fondo fugace; ma anche perché, come con una puttana, con l'analista si dà sfogo a qualcosa dell'ordine dell'Eros.  Egli faceva discendere l'equivalenza tempo-danaro che regola gli onorari all'analista dalla estraneità di Freud alla dimensione del dono.  L'analista, come la battona, eroga un servizio sostanzialmente piacevole, ma spesso non dona nulla.  Con questo intervento Fachinelli spezzava un tabù.  E difatti in quel congresso intervenne un azzimato lacaniano che, manco a dirlo, riportò tutto al divin Linguaggio: "il danaro è simbolico, tutto nell'analisi è linguaggio!"  Spazientito, Fachinelli rispose "riportare tutto al linguaggio è idealistico! A me interessano i soldi che si rifilano all'analista."

           In fondo, a Fachinelli non dispiaceva del tutto l'idea che l'analista fosse uno che si offre in un angolo di una metropoli industriale per permettere a uno, per un tempo limitato, "di essere un po' finalmente sé stesso".  Ma dovette presto riconoscere che il rapporto analista-analizzante non è più simile a quello puttana-cliente.  Altro che!, le analisi moderne sono veri e propri matrimoni, ci manca solo il sindaco con fascia tricolore per sancirle: spesso durano un numero di anni probabilmente non inferiore a quello in cui dura in media una coppia coniugata o concubina.

           Quando lo informai che avremmo intitolato La bottega dell'anima[16] il libro che raccoglieva varie testimonianze e riflessioni sulla formazione degli psicoterapeuti, insorse dicendo: "Ma quale bottega! La psicoanalisi è ormai passata alla produzione industriale.  Sarebbe meglio 'La Fiat dell'anima'".  Ancora oggi penso che esagerasse; oggi più che mai la psicoanalisi sopravvive in una dimensione di botteguccia artigiana, che a stento resiste all'impatto del Supermercato Antidepressivi e delle Tigri Cognitiviste.  Ma per lui la minaccia per la psicoanalisi non proveniva dalla sua umiltà artigiana - che lui praticava - bensì dall'incastrare analista e analizzante in un rapporto di tipo coniugale.  Oppure la minaccia veniva da certi prestigiosi conventi psicoanalitici dove tutti gli orologi, quando ci sono, sono fermi.

           Comunque, prostituzione o matrimonio che fosse, nel rapporto analitico tradizionale Fachinelli vedeva la mancanza della dimensione del dono gratuito, e correlativamente della accettazione grata.  Questo non significava che l'analista dovesse lavorare gratis.  Aldilà della regolare erogazione di onorari coglieva la protocollare avarizia - anche teorica - dell'analista "normale".

           Ciò emerge già dai suoi commenti al Kindergarten di Porta Ticinese[17], ben lontani dal tono decantante di tanti aedi della pedagogia alternativa dell’epoca.  In dissonanza con il peana rousseauiano, Fachinelli nota piuttosto che i bambini, lasciati liberi, tendono spontaneamente, irresistibilmente, a costituire tra loro, al più presto, rapporti genuinamente mafiosi.  E aggiunge:

 

questa società fascista [di bambini piccoli] ci è sembrato il risultato immediato di un atteggiamento 'antiautoritario' inteso (...) come abolizione tendenzialmente completa della figura e della posizione dell'adulto rispetto al bambino...  Eliminando la figura dell'adulto,..., si vede sorgere una gerarchia di ferro, basata sulla forza e sulla prepotenza, che impronta di sé i rapporti dei bambini tra loro[18].

 

Non potrebbe essere questo un epitaffio a tutto quello che all’epoca, ingenuamente, si proponeva come anti-autoritario?  Come il gruppo innovativo degli studenti trentini tende a diventare, per evoluzione endogena, setta fanatica e paranoide, come la Rivoluzione liberatoria sfocia nelle burocrazie repressive, come l'appello freudiano a lasciar manifestare l'Es si arena nelle "bocche chiuse" di analisti didatti dell'areopago e degli allievi ossequiosi, analogamente i bambini liberati dalla sorveglianza degli adulti tendono a diventare una società tirannica.  Che cosa c'è di marcio nella Rivoluzione, per cui si torce immancabilmente nel contrario di sé stessa?  Perché, come diceva Saint-Just, prima o poi “la rivoluzione è congelata”?

           Nell'asilo anti-autoritario, Fachinelli vide chiaramente che i bambini desiderano comunque autorevolezza: non il sottrarsi degli adulti, ma al contrario il loro partecipare piacevolmente ai loro giochi e alla loro vita.  I bambini chiedono che i grandi facciano dono del loro interesse, non che li lascino liberi di fare i prepotenti.  Altrimenti - osserva Fachinelli - tutto diventa merda.  I materiali della scuola, messi là per far giocare i bambini, vengono malmenati, distrutti; gli stessi adulti, resisi evanescenti, vengono "smerdati".  "Elvio cacato" è il nomignolo che il Nostro si guadagna sul campo.  Senza il desiderio di donare, là dove l'adulto provvede solo ai bisogni dei bambini, irrompono solo i bisogni che ci spingono al gabinetto.

           Insomma, per Fachinelli una psicoanalisi e un’azione sociale liberatorie erano una strada stretta incassata tra la pietra e la merda.  Pietra come quella del palazzo di Giustizia del paziente magistrato (l'annullamento ossessivo della storia nelle analisi interminabili e nelle burocrazie); merda come quella del "tempodenaro anale"[19], del servizio senza dono, dell'utenza senza gratitudine.  La loro combinazione genera l'universo grigio dei culi di pietra, incapaci, come imperiture statue dell'isola di Pasqua, sia di donare che di accettare graziosamente il dono vitale.

 

 

7.

 

           Entrai in amicizia con Elvio quando gli portai un mio lavoro sui gruppi.  Qui, riprendendo un motto di Didier Anzieu, concludevo "il collettivo è un sogno".  Questa idea gli piacque, forse perché faceva eco alla sua impressione che nel grande spettacolo politico predominasse una specie di processo primario, come nei sogni.

           Egli vedeva la doppia faccia del sogno: esso è "la via maestra all'inconscio", ce lo mostra nel suo muoversi autentico e sbrigliato, ma allo stesso tempo è maschera del desiderio, camouflage, mera rappresentazione.  Un sogno certamente avviene, eppure non esiste.  Fa ac-cadere la verità vitale dell'uomo, ma la fa anche ri-cadere nella raffigurazione immaginaria.  Il sogno e l'atto (Agieren, oggi detto acting out) freudiani rivelano la sorgente pulsionale, ma ne sono anche la ripetizione nel senso in cui un attore ripete: si recita la vita, non la si vive.  Per il vitalismo libertario, è essenziale che si possa vivere secondo verità, che la vita sia veramente vita.  Fachinelli constatava questa ambiguità della forza - che svolgendosi si congela nella propria rappresentazione - sia nella pratica analitica che nella vita politico-sociale.

           Fachinelli, in "Il paradosso della ripetizione"[20], notava la doppia faccia della ripetizione in psicoanalisi.  Il soggetto ripete in modo "buono" rimemorando, vivendo il transfert, e reinserendo il suo passato in uno sviluppo storico; ma ripete anche in modo "cattivo", nell'acting out, nella coazione a ripetere, nella pulsione di morte come tendenza a tornare allo stato inorganico.  Fachinelli tentava di discriminare i due orientamenti - progressivo e regressivo - della ripetizione: distingueva la semplice replica (un mero riprodurre senza originalità) dalla riduzione ("una ripetizione più schematica e povera dell'originale...  e anche, ..., come quando si parla di riduzione all'obbedienza"[21]), e infine dalla ripresa, che riprendeva a sua volta dal Gjentagelsen kierkegaardiano.  La ripresa - un po' come quando si dice di un'auto che ha "una buona ripresa" - è un rilancio del passato nel futuro che si espone alla conferma e alla modificazione.  Il nevrotico ripete sempre gli stessi errori, è sempre scalognato - in lui la forza vitale si riduce a replica.  Ma c'è anche una ripetizione propulsiva, che ri-presentando il passato mette in atto la vita.

           E i movimenti collettivi dell'epoca erano anch'essi à double face come un sogno.  Esprimevano un processo primario, uno stato brado di godimento conviviale - ma erano anche chiusura nella rappresentazione delle sette e delle mitologie politiche collettive.  Il sogno rivoluzionario non portava a un vero risveglio, ma si ritorceva ormai nel sogno terrorista.  Chi volle passare davvero all'atto armato, credette solo di agire: ritornava la pulsione conviviale originaria nell'antifrasi congelata della morte, uccideva la Rivoluzione recitandone il rito sanguinario - perché per Fachinelli la Rivoluzione era gioia e non somministrazione metodica della morte.  Mutatis mutandis, la tecnica analitica, promuovendo le associazioni libere, fa ac-cadere il desiderio, ma allo stesso tempo rischia di rap-presentarlo perpetuandone il fluire interminabile.  Persino l'interpretazione analitica dei sogni rischia di riaddormentare il soggetto nel sonno di un transfert senza fine.  Ma un sogno, che non sia un incubo, può mai portare a un risveglio?

           Ogni volta che Fachinelli descrive una sua scoperta nuova, un'esperienza inedita, parla di un risveglio.  "Quest'idea del rovesciamento di prospettiva, - scrive- ..., di colpo mi ha svegliato.  Sono lucido, ora, attento, pronto"[22].  Quando pensa di aver accesso all'"area claustrofilica", scrive che "c'è in questi casi un'eccitazione intellettuale, una sorta di risveglio gioioso da un torpore insoddisfatto"[23].  Prima c'era la stanchezza, il sonno - poi, grazie a un balenio, che viene dall'interno o dall'esterno, acutizzazione dei sensi, eccitazione.

           In questo modo, Fachinelli rovescia la prospettiva che fino ad allora egli stesso aveva portato avanti: l'analista apre sì il soggetto arroccato nell'atemporalità, ma nella misura in cui lo rende disponibile a una grazia inattesa.  Non era il morso della tarantola già l'allegoria di questo ritorno a un idillio immemore che spezza il continuum temporale, buco nell'inerzia storica, senza il quale però non ci sarebbe ripresa e cambiamento creativo?  La paralisi dell'ossessivo non testimoniava, anche se in negativo, la fonte sacra di ogni moto storico?

           In effetti, Fachinelli pensava sempre più che nella società dell'edonismo reaganiano (come si diceva negli anni ’80) i problemi non vengono più - come ancora vedeva Freud - dalla proibizione e dalla sua trasgressione, dalla tensione tra piacere e colpa, dalla dialettica lacaniana della legge che crea la propria sovversione.  La paura per il mondo della vita non veniva insomma da divieti culturali o super-egoici, dall'Alto o dall'Altro, ma aveva a che fare con la difficoltà umana ad accettare una gioia eccessiva.  I mistici quindi - e alcune figure di grandi creatori - presero nel suo cuore il posto dei contestatori come esempi di persone (poche, anche in questo caso) che osavano accettare quell'eccesso, ri-convertendo la loro vita.

 

 

8.

 

           Fachinelli col tempo si rese conto che la semplice apologia dionisiaca di un'irreversibilità che, al contrario della moglie di Loth, non si volge mai indietro, è un ideale utopico che porta al settarismo.  Cancellare l'arcaismo originario non radicalizza lo slancio, ma lo risolve di fatto nell'obbedienza della circolarità.  Anzi, occorre rendere il passato di nuovo presente, in una specie di allucinazione, perché ci sia ripresa.

           In effetti, questo è il problema fondamentale delle filosofie della vita, sempre: se è vero che a fondamento di tutte le forme umane c'è la spinta sorgiva della vita (Eros in Freud), perché allora questa spinta, man mano che si articola e quindi si rappresenta, si risolve nelle forme circolari e reversibili dell'anti-vita?  "La cultura umana, che è frutto di Eros, per paradosso lo indebolisce sublimandolo [...] L'io lavora inconsciamente al servizio della propria morte."[24]  Se Eros è archéil principio, del movimento umano, perché accade regolarmente, forse inevitabilmente, che questo Eros si congeli nelle ripetizioni?

           Freud cercò di rispondere con il suo mito delle pulsioni di vita e di morte.  Ma Fachinelli capiva che Eros e Thanatos non sono due gemelli che talvolta collaborano e altre volte se ne danno di santa ragione, come recita la Vulgata della psicoanalisi.  Egli sapeva che più che parallelo a Eros, Thanatos è in realtà una vicissitudine, la prolunga, di Eros.  Oserei dire: Thanatos è la verità ultima di Eros.  Così Eros è anche la negazione vitale della Verità ultima dell'umano.  Fachinelli vedeva il risvolto tragico di ogni serio pensiero del mondo-della-vita: che la vita teme di cancellarsi per l'eccesso da cui prende slancio, per cui si aliena in forme e difese, ma così facendo si pietrifica come Niobe, anticipa la morte preservandosi senza fine.

           Di fatto, la messa in atto della verità della vita come sorgente è la febbre di un momento estatico, una parentesi, un'euforia effimera.  "Una germinazione rapida che sembra nello stesso tempo già sfiorita"[25], disse della rivoluzione portoghese del 1975, che andò ad osservare in loco.  Il radicalismo fachinelliano aveva un'inclinazione malinconica.  La verità della vita non si dispiega, per lui, nelle lunghe durate, ma brucia nella gioia precaria di un Indian summer: un calore improvviso, una reviviscenza effimera dell'estate, quando già prevalgono i primi freddi dell’autunno.

           Perché il sogno di svegliare la vita nella sua verità resta sempre, appunto, un sogno breve che già sfiorisce, e non porta mai al prolungarsi del risveglio?  Perché il fugace risveglio, ritorcendosi nella propria fantasmagoria, si ritrova nella stasi di un nuovo sonno?  Si rimanda sempre il risveglio... a un po' più tardi.  E' vero - assentiva Fachinelli - "il collettivo è un sogno", ma questo significa che, in fondo, il soggetto non si sveglia mai veramente dal sogno collettivo - tranne, appunto, in certi momenti speciali, ek-statici, imprevisti, intensi.

           Allora, si riattiva la fonte della ripresa facendo affiorare paradossalmente ciò che è più che mai regressivo: uno stato extra-temporale di grazia originaria.

 

 

9.

 

           Fachinelli aveva salutato nel pensiero di Lacan una carica anarchica entro la psicoanalisi.  Da lui aveva ripreso l'impertinenza del désir contro l'amministrazione dei bisogni, l'idea che l'inconscio non bolli nelle profondità del cuore umano, ma vada richiamato piuttosto fuori di noi, nell'Altro.  Di Lacan si poteva dire quel che Sartre disse di Husserl: "finalmente ci ha liberato dalla vita interiore!"  Ma Lacan rischiava troppe risposte, e quindi già covavano gli slogan pronti a esser ripetuti da tutti i ripetitori, come "l'inconscio è strutturato come un linguaggio" - risposta grandiosa, affascinante, ma pur sempre risposta, pietrificazione nel formalismo della linguisteria.  Del progetto di Lacan gli interessava piuttosto la domanda di fondo: se la sofferenza nasce dalla resistenza dell'Io alla jouissance dell'Altro, che ne sarà di questa jouissance una volta che avrà avuto libero corso?  Come accade che questo godimento soffra nel confort della circolarità rappresentativa della coazione a ripetere?  Ora, per Fachinelli queste domande dovevano restare aperte, e non trovare risposta nelle topologie - per quanto elastiche - dei nastri di Möbius, oppure nell'Ecole che Lacan stesso mise in piedi.

           Nel 1974, Lacan aveva in mente di affidare a Fachinelli la leadership di quella che sarebbe dovuta essere la sua Ecole italiana.  Era una buona mossa politica: Fachinelli non era un suo diretto allievo, anzi, era un noto analista della SPI.  Soprattutto, Lacan lo stimava.  Eppure Fachinelli rifiutò quell'offerta.  Allora mi disse: "Lacan sta ripetendo lo stesso errore di Freud: fare della psicoanalisi un'istituzione.  Come Freud, andrà incontro ad amare delusioni".  I fatti gli hanno dato più che ragione - nel 1980 lo stesso Lacan scioglierà l'Ecole.  La risposta si era mostrata fallimentare.  Invece l'IPA prosperava.  Perché le burocrazie sono così longeve e resistenti, mentre i movimenti vitali che fanno emergere delle verità autentiche sono così effimeri?  A questa domanda non c'è risposta "vitalista".  L'emergere della verità, come sapevano i romantici, è breve - ma è questa brevità a rilanciare la vita.

           La risposta lacaniana era anche concettuale.  Lacan, vedendo il godimento coessenziale alla vita sin dal principio irretito nelle griglie del linguaggio, finiva così col chiudere quel godimento straripante nell'eterno sintomo nel quale si può circolare solo come in un labirinto.  La jouissance, come impulso aguzzo della vita nel darsi prima di ogni forma rotonda, non veniva più accettata come dono, ma di nuovo spazializzata nei nodi borromei ai quali si era come incatenato negli ultimi anni.

           Ma cosa significa allora, veramente, accettare il desiderio o il godimento come dono?

 

 

10.

 

           Quando Lacan venne a Milano, intenzionato a fondare la sua succursale italiana, Fachinelli nella discussione pubblica osò riproporre al Maître un gesto ormai celebre nella storia della filosofia.  L'economista Piero Sraffa, si dice, mise in crisi Wittgenstein durante una delle loro frequenti discussioni a Cambridge, mimando un gesto napoletano che si fa carezzando il di sotto del mento col dorso delle dita, e che significa, più o meno, un rifiuto.  Sraffa chiese a Wittgenstein "qual'è la grammatica di questo gesto?"  Da allora, pare, Wittgenstein abbandonò la teoria del linguaggio come raffigurazione di fatti.  Fachinelli eseguì lo stesso gesto di Sraffa con Lacan e gli chiese cosa significasse (sperando forse di metterne in crisi il sistema così come l’economista riuscì con Wittgenstein).  Lacan non seppe rispondere.  In apparenza, con questa performance il Nostro voleva ricordare al Maestro che non tutto è linguaggio, che ci sono anche gesti.  Un'obiezione banale, e difatti Lacan ebbe buon gioco nel rispondergli - ma lì è il punto: rispose, non si lasciò mettere in questione come Wittgenstein.  Rispose che anche i gesti napoletani hanno struttura linguistica, come sappiamo da Saussure in poi.  Quel gesto come signifiant - fece notare - non assomiglia affatto al suo signifié.  Ma Fachinelli non discuteva la risposta, gli interessava una domanda: quella incessante della vita oltre le griglie del linguaggio e delle Ecoles.  Analizzare è solo riconoscere l'articolazione simbolica, la coazione a ripetere - a cui dovremmo rassegnarci - o può, almeno per un attimo, aprirci al godimento riportandoci all'evento inaugurale della vita?

           Quel gesto, famoso nei secoli passati, rifatto da Fachinelli veniva chiamato "il gesto napoletano" per antonomasia, ed era considerato all'estero elegante e arguto.  Jean-Baptiste Greuze ci ha lasciato un bel dipinto (Le geste napolitain): un giovane portoghese, fingendosi venditore ambulante, si introduce nella casa di una bella ragazza partenopea, ma viene allontanato da costei con "il gesto napoletano".  L'interpretazione del quadro non è però univoca.  La grazia del gesto, che pur indica il rifiuto di concedere le proprie grazie, ne rovescia ambiguamente il senso - il gesto, mimando il venir fuori della mano, connota apertura all'altro, e quindi tempera ironicamente la reiezione.  Ci si convince presto che la bella non dica al ragazzo semplicemente "non ti voglio", che proprio nel dono grazioso di quel gesto di diniego accetti la profferta.  Replicando quel gesto che pare disdire il suo contenuto, Sraffa dette da pensare a Wittgenstein ricordandogli che il segno della negazione non assomiglia a nulla.  Può solo, paradossalmente, assomigliare al fatto che viene appunto negato: occorre allora che nella negazione qualcosa pur si affermi, cioè si chieda.  E' un tema che Freud stesso si era posto nel saggio "Sulla negazione" che Fachinelli aveva tradotto e commentato.

           Se l'accettazione della richiesta emerge proprio nel risvolto del rifiuto, più in generale il negarsi della vita nella rappresentazione che annulla il tempo - nel famoso simbolico - è una messinscena, che può rivelarsi nell'acme dell'azzeramento, dell'origine-verità affermativa della vita.  La vita ha bisogno del proprio scacco nella risposta rappresentativa immaginaria per rilanciarsi.  Non ci sono progressione e progresso senza regressione "mistica" - questo è il messaggio di fondo di Fachinelli.

           Quando poi legge L'etica della psicoanalisi[26] di Lacan, Fachinelli si rende conto che si tratta di un testo centrale, che va ben oltre il lacanismo dei proseliti: in questo seminario difatti Lacan tematizza das Ding, la Cosa, qualcosa che assomiglia a ciò che Fachinelli cerca di rendere sensibile con l'esperienza della "gioia estatica".  Ma, anche qui, rimprovera Lacan per essere ancora troppo freudiano, cioè invischiato nella dialettica dell'obbedienza e della trasgressione, insomma dell'Edipo.  Anche se in questo seminario Lacan evoca i mistici,

 

la gioia eccessiva, che è al cuore dell'esperienza estatica, viene trascurata.  All'orizzonte del raggiungimento assoluto della Cosa [per Lacan] c'è soltanto, essenzialmente, il dolore.[27]

 

Da Sade a Lacan, la verità della vita è insomma nel dolore.  Eppure proprio il circoscrivere la Cosa ha portato Lacan - se solo avesse superato la dialettica freudiana della legge come proibizione dell'incesto che lo rende godibile - molto vicino a quell'eccesso di piacere che l'essere umano cerca di perpetuare rinunciandovi.

 

 

11.

 

           In Claustrofilia, il primo e l'ultimo capitolo riaffermano la tesi peculiare di Fachinelli: le analisi sono interminabili, "nulla si muove", perché analista e analizzante sono invischiati in un'angustia spaziale da cui non si districano.  Ma nei capitoli centrali, in cui incrocia in modo apparentemente caotico - quasi onirico - brani di analisi di pazienti diversi, emerge che questa claustrofilia, se da una parte è il grande impedimento al movimento dell'analisi, dall'altra, se non viene "ripetuta" nell'analisi ma ri-vissuta nella sua forma originaria e quasi magica, non porta al sonno rappresentativo ma al risveglio dell'evento: essa può essere al contrario ripresa propulsiva dell'analisi.  Si ripete con la claustrofilia fachinelliana la stessa ambiguità del transfert, descritto prima da Freud come una imbarazzante difficoltà dell'analisi, e poi invece, se ben maneggiato, come la molla indispensabile per condurla.  Come per Freud l'analisi diventa allora una ricostruzione del desiderio attraverso l'amore per l'analista, così per Fachinelli l'analisi diventa "una ripresa del desiderio attraverso la regressione a una simbiosi con l'analista".  Il claustrum analitico "cattivo" è allora una cronicizzazione di uno stato critico pre-temporale: essenzialmente, lo stato fetale, in cui il bambino gode nel restar chiuso nell'intimità materna.  Occorre che questo stato non si prolunghi ad libitum come rappresentazione ripetitiva, ma ri-accada nel rapporto qui-e-ora con l'analista, attraverso una riacutizzazione spasmodica dei sensi.

           Dall'accusa agli analisti di de-temporalizzare l'analisi, sottraendo nella ripetitività il soggetto alla spinta vitale della storia, Fachinelli slitta verso l'idea che l'analisi si cronicizza perché l'analista non si lascia "mordere", svegliare, da un richiamo atemporale, folgorante, pre-natale.  Occorre insomma farsi femmine, perché dono e accettazione sono qualità femminili che la nostra società - compresa la società psicoanalitica - ha scotomizzato, puntando tutte le carte sulle funzioni maschili della difesa, del controllo, dell'attacco-fuga.

           Non si trattava, come lui vedeva prima, di partecipare alla corrente del moto storico trasgredendo proibizioni – già allora sia Dio che Marx erano morti - ma nello scoprire che il moto storico è la ripresa di un'accettazione più radicale: il dono della vita, che si ripara nelle forme-rappresentazioni per non morire.

           Per descrivere questo stato claustrofilico Fachinelli rifiuta il termine fusione, e non solo per rivendicare un'originalità nei confronti dei teorici della simbiosi madre-bambino.  In effetti, ciò che gli appare importante nella claustrofilia è che sia appunto un'area, qualcosa di spaziale insomma (non una "posizione" kleiniana, non una "fase" freudiana): in contrapposizione alla stasi temporale, una ek-stasi il cui ambito è, originariamente, il ventre materno da cui ac-cadiamo.  Scelta paradossale, dato che ek-stasi significa appunto, in greco, venir fuori, esser fuori di sé.  Non è l'indistinzione completa tra madre e feto, ma un rapporto in cui al massimo del dono risponde il massimo di accettazione.

           Ma se essere nel ventre materno è massima gioia, e nascere è una caduta, è pur vero che nella vita occorre cadere più volte, perché - questo è il paradosso propulsore della psicoanalisi - solo uscendo fuori nel tempo della storia la vera gioia del dono-accettazione può essere, magari solo per un istante, rivissuta.

 

 

12.

 

           Ricordo con piacere certe passeggiate primaverili con Elvio, a Milano.  Da via Lanzone, dov'era il suo studio, ci avventuravamo sui Navigli - conversando di qualsiasi argomento.  Allora, negli anni ‘70, i Navigli erano ancora tristi canali con case vetero-industriali rose dal tempo.  Ma sia lui che io amavamo quello straccio d'acqua - dava senso ad una città come Milano, priva di acque dove specchiarsi.

           In un ristorantino dei Navigli, insieme alla sua ragazza, avemmo una animata discussione sull'aborto.  La ragazza non aveva figli né aveva alcuna voglia di averne, e l'idea di contenere nella pancia delle cellule che si coagulavano - diceva - non le dava la minima emozione.  Elvio, che pur sosteneva il diritto all'aborto, non era convinto.  Nelle ecografie, diceva, si vede che a pochi mesi il feto si muove, ascolta le voci, forse gioca.  E poi, diceva ridendo, "possibile che tu, una donna, non sia curiosa di vedere che cosa sei stata capace di fare? Non vorresti sapere se quella cosa è venuta fuori con due braccia, con due occhi, con tutto a posto?" Con quelle obiezioni apparentemente ingenue, Elvio anticipava Claustrofilia, che dà molto spazio al pre-natale.  Ma soprattutto lo inquietava, dietro la dolcezza un po’ trasognata della sua ragazza, quel disprezzo del rifiuto della grazia della vita, la riduzione della sessualità, ancora una volta, a gestione ottimale e solipsista di bisogni.  Figliare non è mai razionale - la specie si perpetua grazie al fatto che delle donne accettano l'onere di elargire graziosamente la vita.

           Mentre Elvio sorridendo difendeva la presenza del feto, osservavo l'acqua quasi stagnante dei Navigli - pareva incatenata tra gli argini di pietra.  "Eppure, a pochi mesi, il feto si muove, si succhia il dito!", ripeteva ridendo Elvio sorseggiando un vino bianco.  E il canale pareva immobile, tra il cemento e i detriti industriali.

 

Sergio Benvenuto

 



[1] Elvio Fachinelli, Uma tentativa de amor, Roma: Cooperativa Scrittori, 1976.

[2] In Fachinelli, Il bambino dalle uova d'oro, Adelphi. Milano 2010, pp. 102-108.

[3] “Problemi di formazione nella SPI" in Sergio Benvenuto e Oscar Nicolaus, a cura di, La bottega dell'anima, FrancoAngeli, Milano 1990, p. 204. http://www.journal-psychoanalysis.eu/sullimpossibile-formazione-degli-analisti-conversazione-di-sergio-benvenuto-con-elvio-fachinelli1/

[4] "Masse a tre anni" in Il bambino dalle uova d'oro, cit. p. 227.

[5] La mente estatica, Milano: Adelphi, 1989,  p. 25.

[6] La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo, edizioni L’Erba Voglio, Milano 1979.

[7] La freccia ferma, cit., p. 11.

[8] “Problemi di formazione nella SPI”, cit.

[9] In La mente estatica, cit., pp. 13-25.

[10] Ibid.,  p. 19.

[11] Ibid., p.

[12] “Gruppo chiuso o gruppo aperto?”, in Il bambino dalle uova d’oro, Adelphi, Milano 2010, p. 150-183. Ripreso da A. Cozzi, “Gruppo chiuso o gruppo aperto?”, in N. Pirillo, a cura di, Elvio Fachinelli e la domanda della Sfinge, Liguori, Napoli 2011.

[13] Ibid., p. 175.

[14] Claustrofilia, Adelphi, Milano 1983, p. 36-37.

[15] “Il denaro dello psicoanalista”, in A. Verdiglione, a cura di, Sessualità e politica. Documenti del congresso di psicoanalisi, Feltrinelli, Milano 1976.

[16] Op.cit.

[17] "Masse a tre anni", in Il bambino dalle uova d'oro, cit., pp. 221-234.

[18] Ibid, p. 172.

[19] “Sul tempodenaro anale” in Il bambino dalle uova d’oro, cit., pp. 43-71.

[20] In Il bambino dalle uova d'oro, cit., pp. 275-322.

[21] Ibid., p.

[22] “Sulla spiaggia", cit., p. 16.

[23] Claustrofilia, cit., p. 65.

[24]  In Il bambino dalle uova d'oro, cit., p. 24.

[25] Uma tentativa de amor, cit., p. 41.

[26] Jacques Lacan, Il Seminario, vol. 7. L'etica della psicoanalisi (Torino: Einaudi, 1990).

[27] “Lacan e la Cosa" in La mente estatica, cit., p. 195.

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