Flussi di Sergio Benvenuto

Fading Body. L'orrore del corpo femminile (2015)11/mag/2017


 

  1. 1.   Amore primario

 

        Il film Primo amore (2004) di Matteo Garrone narra la storia di un amore disperatamente puro. Esso è liberamente ispirato dall’autobiografia di Marco Mariolini, il cui titolo sembra fuorviante: Il cacciatore di anoressiche[1]. Perché qui non si tratta tanto di un cacciatore quanto di un facitore di anoressiche. Ma vedremo che è fuorviante solo in apparenza.

Nel film Vittorio, un orefice calvo, persegue un ideale sessuale radicale: una donna che più magra non si può. Trova una brava ragazza che per amore di lui si imbarca in una severissima ascesi dietetica, il cui traguardo provvisorio è pesare 40 chili. Questa trasformazione del corpo della sua complice e vittima finisce con l’occupare totalmente la mente e il tempo del nostro alchimista: abbandona il lavoro, e si rinchiude con la sua dimagrente in un casale isolato. La storia, ovviamente, finirà tragicamente.

Notiamo che l’ispiratore del film, Mariolini, nella realtà finì con l’uccidere la ragazza, di 29 anni, che aveva sottomesso al proprio volere. Mariolini, condannato a trent’anni di prigione, è ancora in galera.

        Il Vittorio del film collega strettamente il suo desiderio erotico alla sua vocazione di orefice. Anche nel lavoro quasi alchemico di purificazione dei metalli da cui alla fine si distilla, minuscola e nobile, la quintessenza aurea, vede quel processo di purificazione progressiva dalle scorie che infligge alla sua compagna. Il corpo tondeggiante della femmina offusca per lui quel nucleo essenziale che, attraverso digiuni senza fine, cerca di portare alla luce nella donna.

 

        Ma che cos’è quest’oro che il corpo femminile albergherebbe in sé? Man mano che la sua hybris sottrattiva avanza, lo spettatore sospetta sempre di più che questo oro sia la forma erotica di un’utopia metafisica, che insomma essa sia una ricerca feticista del nulla. E’ proprio così, il vuoto, anzi il nulla, può funzionare come un feticcio[2]. Perché certamente Vittorio è un perverso, o parafilico come si dice oggi. Ma a differenza dei feticisti soliti, che per lo più si eccitano per scarpe, calze e piedi delle donne, il feticcio di Vittorio è quel nulla, puro e disincarnato, che il corpo della donna a un tempo promette e cela.

 

        Quindi Primo amore è la storia di un perverso, ma che può obliquamente illuminarci sulle anoressiche vere.

In effetti, scrive Domenico Cosenza: “Il principio di fondo che regge l’operazione [dell’anoressica] è quello di fare del proprio corpo ciò che l’Altro familiare ha fatto di lei come soggetto: ridurlo ai minimi termini, con un controllo minuzioso e ininterrotto”[3]. Sembra la descrizione della situazione del film. Con la differenza che nel film l’Altro non è incarnato, come di solito accade, dalla madre, o da altri familiari, ma da un amante perverso.

Qui Cosenza scrive Altro con la grande A, Altro in senso lacaniano, che è una posizione rispetto al soggetto non riducibile a un altro specifico, al signor X o alla signora Y. Vittorio è nella posizione di Altro con la grande A, il quale fa di tutto per ridurre la donna ai minimi termini, attraverso un controllo ossessivo minuzioso e ininterrotto. Nel film l’eroina non è veramente anoressica, eppure potremmo dire che ogni anoressica è tale perché ha avuto il suo Vittorio.

 

Qualcuno ha detto che il titolo Primo amore è sbagliato, perché nulla nel film ci dice che quell’amore crudele sia il primo di lui o di lei. Ma credo che qui primo non abbia un senso cronologico bensì logico: significa primario. Vittorio cerca qualcosa di primario, di primitivo, di primigenio, nell’amore. Qualcosa che chiamerei il godimento per una purezza che, eliminando tutto ciò che la donna ha, la riduca a qualcosa che essa è.

 

2.     Essere magra, ovvero essere amata

 

        La mia esperienza con donne che tra l’altro erano anoressiche sembra confermare il sospetto suscitato dal film: che molte anoressie – per lo meno quelle non psicotiche – sono la sottomissione della donna a un “Vittorio”, che di solito è il padre.

 

        Flavia è oggi una ragazza di trent’anni, e sembra aver trovato la strada dell’equilibrio. Laureata in fisica teorica, si è volta a una carriera universitaria. Da un certo momento in poi – da quando aveva sedici anni - la sua vita era stata completamente dominata da una soglia assoluta: lei non poteva superare i 55 chili. Oltre, dice, “scompaio”. Oltre i 55 non si fa più vedere in giro, si inabissa in un vuoto depressivo senza senso e senza forma. Da qui un controllo continuo del peso. “Essere magra – dice - questo è stato il mio desiderio al cui servizio si sono disposte tutte le mie forze. Essere magra e così trovare un posto nel mondo, con un corpo che piace nel mondo e all’uomo.” Essere-non-magra significava perdere il proprio essere, perché l’essere consisteva nell’essere desiderata e amata, in particolare da uomini.

         Questo diktat non le viene da se stessa, ma dal padre. E’ al suo desiderio che lei dispone tutte le sue forze. Il padre veniva da una famiglia rozza, poco colta, sua madre era grassoccia e “materiale”, a casa ci si rimpinzava spensieratamente di tutto. Allora lui sposa una donna magra e quindi la sua decisione: Flavia, sua unica figlia, dovrà essere una bambina e poi una donna magra e coltissima. Puro spirito, e corpo ridotto ai minimi termini. Egli sottopone la figlia sin da piccola a una dieta severa, lui stesso la pesa continuamente. Una volta divenuta adolescente, Flavia può uscire da sola e si sfoga mangiando qualsiasi cosa, ogni junk food va bene, ingrassa, ma senza che la cosa in un primo momento le crei soverchi problemi. Ma quando si convince che così non piace ai ragazzi, sprofonda in un digiuno devastante.

A 23 anni ha la sua prima relazione continuata con un ragazzo, ma anche allora l’ombra del desiderio paterno ricade sul suo io. Quando la relazione col ragazzo si raffredda, esplode l’ossessione: deve dimagrire a ogni costo sotto la fatidica barra dei 55. Dopo di che comincerà una vita sontuosamente promiscua, tanti uomini - e pochi amori veri alquanto autodistruttivi, delle “stagioni all’inferno”. E’ come se la bulimia sessuale dovesse sovra-compensare l’anoressia alimentare che puntualmente l’assedia. In effetti, nota che l’assillo di dimagrire la domina quando sente che il rapporto con un uomo entra in crisi, quando l’uomo non la desidera più come prima. E’ come se ogni suo partner riattualizzasse il fantasma paterno: “se Lui non mi vuole più, è perché sono troppo grassa”. Grazie all’analisi, si rende conto che la sua vita, non solo affettiva, è stata dominata dal desiderio dell’Altro, incarnato dal padre.

         Il padre la voleva eterea, tutta mente. Quando lei sceglie di studiare fisica, una disciplina astratta e difficilissima, lui gongola. Flavia scopre che lui usa come password del suo computer e telefonino il termine “fisica”, che può significare la disciplina ma anche quel che la figlia è. Studiare fisica – disciplina che lei comunque adora – è il contrario di avere un fisico, ma d’altro canto il suo fisico si riduce tutto a bocca. Lei si sente tutta fauci che devono ingurgitare cibo; l’atto sessuale che preferisce è la fellatio. Flavia-bocca, ovvero orifizio cavo che vuole “mangiare” quell’amore che lei sin da bambina ha sempre sentito sub condicione, condizionale, “fin tanto che non ingrassi, ti amo”. La bocca è l’organo isolato e magnificato che dà atto e forma alla sua sterminata domanda d’amore.

 

3.     Anoressia come espiazione

 

Seguo una paziente quarantenne, Vittoria. Lei non è venuta a farsi curare come anoressica, anche se di fatto mangia ben poco; difatti appare pallida, magrissima, uno stecchino. Eppure sono anni che lei cucina per suo padre e sua madre, nella cui casa ha vissuto fino a poco tempo fa. Per i suoi prepara piatti succulenti ma lei mangia poche cose e alquanto insipide: minestrina, mele, formaggio. Fugge come la peste tutto ciò che le piacerebbe tanto mangiare, come patatine fritte o cioccolata. E soprattutto evita carne e pesce. Il punto è che fino a due anni fa lei mangiava carne, ma cruda, cosa che provocava il raccapriccio dei suoi genitori.  Non sopportava carne cotta in qualsiasi modo. Ma due anni fa fu investita da ferma da un’auto, ne uscì con delle fratture; dopo di che smise di mangiare carne. Ovviamente tra le conseguenze fisiche dell’incidente e la sua dieta vegetariana (all’ombra di una rinuncia alla carne cruda che le costa) non c’è alcun rapporto fisiologico.

I suoi sogni ricorrenti mettono in scena degli orchi, come si vedono nel film Il Re degli anelli, mostri che si gettano su corpi umani, e sul suo in particolare, per strapparne la pelle e le carni. Pezzi di carne sanguinolenta pendono dalle loro unghie, sbavano dalle loro bocche. Possiamo dire che da una parte lei mangiava come un orco cannibale della carne cruda, dall’altra rinuncia a mangiare tout court per non dare corso a questi impulsi “carnali”.

A questo digiuno alimentare si aggiunge un digiuno sessuale. Per un paio d’anni ha vissuto con un uomo, con cui aveva rapporti sessuali che non le davano piacere. Poi lei ha rotto con quest’uomo. Costui però continua ad amarla, e da due anni la “tampina”, come dice Vittoria. Dopo aver cominciato l’analisi, accetta però un invito da parte di costui di passare delle feste assieme, hanno rapporti sessuali e per la prima volta, finalmente, a 39 anni, lei trae un intenso piacere nel fare sesso. Dopo di che decide di troncare completamente con lui, restando a vivere dai genitori; con grande soddisfazione del padre, che detestava quel fidanzato, come del resto chiunque sia suo fidanzato. Ma lei ammette di desiderarlo ancora sessualmente, e lui del resto non cessa di dirle che la desidera. Nel frattempo, si è tagliata i capelli cortissimi, quasi a zero, “per affermare la mia femminilità” dice. Veste in modo dimesso, casual, ha eliminato qualsiasi nota che potrebbe renderla attraente agli occhi degli uomini; da un paio d’anni non si trucca più. Solo per un paio di settimane ha provato a essere femminile, ottenendo complimenti e avances da parte di uomini. Lei reagisce però a questi omaggi come a cocenti offese, e replica con rabbia.

A un certo punto le dico che lei vive da penitente. E in effetti sono almeno 25 anni che lei si sente colpevole. Suo padre, ex seminarista, è un uomo iper-religioso, puritano e dispotico. A 15 anni Vittoria ebbe il suo primo rapporto sessuale, ma fu un disastro: la deflorazione esitò in un’emorragia, i genitori accorsero, la ricoverarono, ebbe quindici punti. Dopo di che il padre le tolse la parola per quattro anni: “Eri un gioiello – le disse – e ora sei marcia”. Questo anatema paterno non le impedì di avere anni dopo un paio di storie con uomini, ma senza mai trarre un vero piacere sessuale dai rapporti con loro.

Dopo poco l’inizio dell’analisi, ricorda qualcosa che aveva rimosso per decenni. Rimosso nel senso originario del termine freudiano: lo aveva completamente dimenticato. Quando era bambina, dai 6 ai 10 anni, suo fratello di quattro anni più grande approfittava delle assenze dei genitori per avere rapporti sessuali parziali con lei: le si metteva sopra, sfregava il pene contro di lei. Un giorno vennero sorpresi dalla madre, la quale, secondo il suo racconto, se la prese solo con lei, non col figlio più grande. Cominciò così la sua qualificazione di “ragazza guasta”, che gli esiti cruenti del suo primo rapporto sessuale non fecero che rafforzare. Aveva sempre paura di puzzare (il guasto puzza). Allo specchio si vedeva brutta, “una tartaruga” (che in effetti si porta la casa addosso…). Fu così che, nell’adolescenza, il padre bigotto la portò almeno tre volte a farla esorcizzare da un esorcista di Chiesa. Quale demone la tormentava? Vittoria ammette che il demone che il padre voleva cacciare era in fondo il suo essere femmina. E l’avere lei desideri femminili, che, confessa, sono stati sempre fortissimi (e che i sogni degli orchi sanguinari rappresentavano in versione horror).In effetti, l’orco che nei sogni la dilaniava era in fondo se stessa in quanto “affamata di sesso”.

Da qui il tragitto penitenziale di Vittoria. La stessa rinuncia alla carne cruda avviene dopo l’incidente, la cui casualità è discutibile; l’incidente stesso era stato vissuto (inconsciamente) come una punizione divina, per cui alla pena si doveva aggiungere una sorta di digiuno carnale.

E quando grazie all’analisi comincia a decolpevolizzarsi, e si permette di gustare il rapporto sessuale, la mannaia non esita a calare: lei rompe con il fidanzato che pur desidera, e quasi si rapa a zero.

L’anoressia in questo contesto è evidentemente un aspetto di un assetto soggettivo isterico. Alcuni possono essere tentati di pensare in termini di pragmatica della comunicazione familiare. Si è indotti a pensare che Vittoria sia vittima della severità bacchettona del padre padrone, che fa di tutto per non lasciarla andare e per tenerla legata a sé in una castità da lui controllata, dato che Vittoria ha difficoltà a trovare lavoro e quindi è dipendente economicamente dal padre. E’ evidente che Vittoria ha preso solo intellettualmente le distanze dalle credenze semi-superstiziose del padre; nel fondo, anche se non lo sa dire a se stessa, lei si sente davvero abitata da un demone da esorcizzare.

Ma l’analista non scarica tutta la colpa sui genitori, fossero anche i peggiori del mondo, come tenderebbe a fare uno psicoterapeuta “familiare” o relazionale. Piuttosto l’analista significa al paziente “Quale è stata la tua complicità nel disordine che denunci?” E così ho fatto. Vittoria così si rende conto che in questa identificazione a una Maria Maddalena penitente lei trae a suo modo del godimento, che lei esalta come trionfo della propria femminilità. 

 

        In questa anoressia isterica, non mangiare o mangiare poco o rinunciare all’alimento preferito assume un valore penitenziale per un peccato non del fare ma dell’essere, l’esser femmina. C’è quindi un godere della penitenza stessa, che assume la figura di una emorragia senza fine, come dopo il suo primo rapporto sessuale, probabilmente disastrato dal vaginismo. Potremmo dire che per lei la femminilità equivale a una castrazione senza fine.

        Con i due uomini che Vittoria ha avuto, lei è disposta a dar loro solo i propri genitali. Non appena il suo fidanzato cerca le coccole, le accarezza le gambe o la guancia mentre sul sofà guardano la televisione, e le chiede bacetti e abbracci, Vittoria è afferrata da disgusto, anche se ora cerca di lasciarlo scivolar via. Lei sembra accettare solo di essere penetrata, come se le fosse concesso solo di essere vagina per un maschio. In effetti, nei giochi sessuali col fratello non c’era nessuna tenerezza, lei ricorda solo lo sfregamento contro le sue cosce di un pene in erezione. E’ come se la sua vita sessuale adulta dovesse essere fac-simile della sua sessualità infantile. E perché questa rigida fedeltà a un copione primitivo?

        Poco a poco, grazie all’analisi, Vittoria realizza che il suo pensare di aver assecondato passivamente le voglie del fratello era solo la faccia vittimista di qualcosa di più condiviso: ammette, anche se con fatica, che nel suo concedersi al fratello lei traeva piacere. Non era solo vittima dell’incesto, ne era anche complice. Le richieste del fratello certamente la facevano sentire voluta, desiderata, anzi, indispensabile all’altro. Ma questa figura di crocerossina del sesso, di altruista che tappa le penurie dell’altro, rimanda a una realtà che solo più tardi finisce con il riconoscere: che in questo “lasciarsi fare” lei vive masochisticamente uno squisito piacere. Possiamo dire quindi che Vittoria prende due piccioni con una fava: gode nell’essere l’oggetto che soddisfa l’uomo, e dovendo espiare per questo godimento, gode di questa espiazione, di cui la dieta monacale e la magrezza sono parti costituenti.

 

4.     La povertà dei ricchi

 

        Il film Primo amore ci spinge a chiederci fino a che punto l’anoressia, quella psicotica, primariamente femminile, non risponda a una volontà purificatoria che l’orefice incarna.

        Questo lo abbiamo visto anche nei due casi precedenti. Quando Flavia prende carne (ingrassa), perde il proprio essere, “scompare”, perde il suo posto nel mondo. Quando perde carne (dimagrisce) invece acquista essere – che per lei è l’essere desiderata e stimata dal maschio – un essere che si articola nella fisica; lei è fisica se perde il proprio fisico. Ma questo essere che lei, perdendo carne, acquisisce si determina come pulsione orale, come bocca che deve ingurgitare quella carne che farebbe svanire il suo essere. La sua problematica è in una dialettica dell’essere e del non essere.

       In Vittoria invece prevale una dialettica del puro e dell’impuro. Siccome è sporca di sessualità femminile, la penitenza (di cui il digiuno è parte) provvede a ridurre il suo corpo ai minimi termini, dove la purezza coincide con la non-carne. Ma così facendo lei diventa un vuoto, un buco, quello che lei offre al maschio perché ne faccia uso. La purificazione, intesa qui come epurazione del corpo, si risolve nel farsi vuoto per il fallo, per ciò che per lei è più che mai impuro.

        Non c’è qui lo spazio per analizzare i disturbi alimentari degli adolescenti maschi. Devo dire però che nella pratica clinica capita di incontrare adulti i quali parlano della loro adolescenza come di un incubo, dato che erano obesi. Anche dopo decenni, parlano di questa loro adolescenza “mancata” come di una delle cose che li ha marcati per tutta la vita. L’obesità li esponeva ovviamente alla derisione da parte dei coetanei, e soprattutto li escludeva dai giochi di seduzione con le ragazze. Descrivono questo loro limbo della carne non come una quasi-scelta (dato che mangiavano troppo) ma come una sorta di incantesimo, da cui all’improvviso sono usciti, come la Bestia della favola d’un tratto si muta in principe. Di solito avranno una vita da magri. Descrivono la loro grassezza come una sorta di guscio che li isolava, come corpi e come persone, dal contatto sociale e sessuale; e credo che questa loro sensazione sia la chiave. Il grasso è una sorta di scafandro che li fa sentire alieni, altri rispetto a un mondo normale e sensuale da cui si vogliono escludere per conservare, in qualche modo, i privilegi infantili dell’unicità. Il calvario del “ragazzo cicciotto” si impernia quindi su una dialettica tra corpo-per-gli-altri e corpo-per-sé.

 

 

        Si è scritto e si scrive molto sull’eziologia possibile dell’anoressia che chiamerei ‘radicale’. Ci si è interrogati soprattutto perché essa sia un disordine tipicamente femminile, e ancor più specificamente delle adolescenti. Un dato però sembra assodato: nei paesi poveri non ci sono praticamente anoressiche. Anche tra le donne ricche dei paesi poveri l’anoressia è rara. Non è quindi importante che le ragazze anoressiche siano ricche, l’importante è che esse vivano in paesi ricchi. In paesi in cui si ha o si può avere molto. E nei quali il vero pericolo è diventare obesi.

        Il punto è che per molti la ricchezza, l’avere molto, è in contrasto con l’essere. Erich Fromm scrisse un libro famoso intitolato Avere o essere?[4] Non essere e avere, ma essere o avere: tra i due c’è un’esclusione, e il punto interrogativo mostra che l’alternativa non è eludibile. Non lo cito perché Fromm mi piaccia particolarmente, ma perché la sua questione, il suo aut aut, mi pare essere di tipo anoressico (senza insinuare con questo che Fromm mangiasse poco). In effetti la ricchezza economica, il mangiare molto, il grasso, sono tutte forme dell’avere. Ma per alcune persone l’avere è una minaccia all’essere. Come abbiamo visto con Flavia: l’avere grasso la sloggiava dal mondo e dall’essere nel mondo. E se le anoressiche fossero delle donne che hanno una carenza di essere? Che si vogliono liberare degli averi per riuscire a tappare quello che Lacan ha chiamato manque-à-être, mancanza a essere, o anche, un ammanco al proprio essere?

        E difatti nelle forme più gravi, più radicali, di schizofrenia – come nella sindrome di Cottard – il soggetto afferma chiaramente “io non sono”. Certo ammette di esistere sul piano materiale, un filosofo direbbe “nel modo sensibile”; il mondo lo ha, ma lui o lei non è. E’ quel che pensava il famoso filosofo marxista Louis Althusser, psicotico, diventato poi uxoricida, un po’ come Mariolini: lui era convinto di non essere. E temeva, ogni volta che un suo libro veniva pubblicato, che prima o poi qualche lettore avrebbe scoperto il proprio segreto: la sua non-esistenza.

 

 

        L’anoressica è di solito anche anerosica, senza eros sessuale, come abbiamo visto con Vittoria (con Flavia invece è l’inverso: alla bulimia sessuale fa da contrappunto un digiuno d’amore). Le fa orrore che qualcosa – il cibo o il pene - penetri nel suo corpo. Lei può amare un uomo, ma al di là della carne, meglio per sms, internet o per lettere. Lei vuole restare se stessa senza che qualcosa dall’esterno la occupi, la riempia.

Ma la femminilità non consiste proprio in questo? La femminilità non è solo avere un certo corpo, è avere un corpo che contiene un vuoto, qualcosa che andrebbe riempito. L’uomo ha paura della mancanza, la donna gli offre la mancanza. Mi pare che sia proprio questo vuoto ciò che l’anoressica anerosica vuole perdere, vuole che tutto il proprio corpo diventi un vuoto a perdere. Pare che l’anoressica voglia essere “una vera donna”, ma a scapito della femminilità, perché non vuole accettare quel buco, quel vuoto, quella cavità che caratterizza, in ultima istanza, ogni femminilità. (Certo non è veramente femminile il seno, dato che questo è organo materno non sessuale.) Essa cerca la via di essere donna rinunciando ad avere un corpo femminile. Donnista, non femminista. Un essere che, in fin dei conti – come hanno precisato anche alcuni filosofi moderni[5] – coincide col nulla.

In altri termini: l’anoressica cerca di liberarsi della propria mancanza per non mancare più di nulla, per essere donna senza quella femminilità marcata di mancanza.

 

5.     La denuncia della cospirazione

 

        Si suol dire che ci sono molte anoressiche perché la donna magra è alla moda. Ce la si prende con i media, con le riviste che esibiscono modelle magrissime. Di recente in Francia è stata promulgata addirittura una legge che proibisce ai magazines di pubblicare foto di modelle troppo magre. In effetti sin dai primi anni ‘90 si è affermato sempre più un ideale di corpo magro e direi macilento, di donna.

        Ma prendersela con i rotocalchi o i video di moda è una sciocchezza, perché i media sono solo strumento di trasmissione di un modello di corpo femminile che ha ragioni profonde, epocali, difficili da spiegare. Sarebbe come accusare Rubens nel XVII° secolo, ad esempio, di aver spinto le donne dell’epoca alla pinguedine perché le sue Belle oggi ci appaiono quasi personaggi di Botero. Il fascino della magrezza per le donne è altrettanto misterioso della moda, che non accenna a declinare, dei tatuaggi che praticano i giovani. Ma in questo caso non si dà la colpa ai media, forse perché i rotocalchi non esibiscono specialmente donne e uomini tatuati. C’è un senso profondo nel fatto che le donne oggi si vagheggino magrissime e di basso profilo, e che i giovani si tatuino?

        Il fatto che questo ideale di magrezza si affermi nelle nostre società ricche non mi sembra casuale. E’ come se il modello estetico di donna magra fosse un’antitesi a una società e a una cultura acquisitiva, una protesta quasi contro un mondo in cui quel che conta è avere di più. E allora la cosiddetta psicopatologia può fornirci forse una chiave per capire ciò che per altri versi è comportamento normale. L’anoressica mostra forse il paradigma di questa idealizzazione di massa del corpo femminile magro, ovvero che tende a scomparire. Un corpo cioè che evoca una perdita d’essere in un mondo che ha sempre di più.

 

 

6. Grandi purghe

 

“La distruzione fu la mia Beatrice”, S. Mallarmé

 

Il film di Garrone evoca un aspetto che va oltre l’anoressia clinica, e che apre a una dimensione fondamentale del XX° secolo (forse meno del XXI°): una sorta di anoressia spirituale.

Una parte considerevole delle pratiche del Novecento è stata condizionata da un ideale iconoclasta. Ha prevalso a lungo una passione per la purezza, un orrore dell’impurità terrestre, che osserviamo ad esempio nelle arti. Il Vittorio del film rappresenta bene una passione molto moderna.

        In arte occorreva soprattutto fare della pittura pura, della scultura pura, dell’architettura pura, della musica pura, del cinema puro... Questa esigenza è entrata nel discorso comune in Italia: i giornalisti usavano termini come “lo specifico pittorico”, “lo specifico filmico”, ecc. Questo specifico sarebbe ciò che c’è di pittorico in un quadro, ad esempio, una volta sfrondatolo delle sue impurità scultoree, narrative, figurative, letterarie. Il mondo dell’arte deve essere gegenstandlose, non-oggettivo, come diceva il famoso pittore russo Kasimir Malevi. O arte noggettuale, come dirà Peter Sloterdijk. E in effetti fu proprio Malevi nel 1918 a dipingere un quadro intitolato “Quadrato bianco su fondo bianco”. Il bianco è metafora del nulla. Malevi era un Vittorio della pittura.

Quindi, il vero artista deve fare una pittura puramente pittorica, una scultura puramente scultorea, ecc. – come occorre praticare una politica puramente marxista o liberista, una psicoanalisi puramente freudiana o puramente lacaniana, una dieta puramente vegetariana anzi vegana. Ecc.

        Dall’essenza di qualsiasi cosa (forma d’arte, prassi politica, strategia economica, pratica psicoanalitica, ecc.) occorreva eliminare “il contenuto”, “l’oggetto” o “il senso” – tutta ‘ciccia’, dato che la purezza di ogni forma è, appunto, nel suo essere solo forma.

Indubbiamente la grassezza è insignificante: un ciccione non ha una forma comprensibile, insomma è insensato. L’impuro deforma o sforma. Per questa ragione l’arte modernista era formalista, non contenutista: la forma è vera bellezza, il contenuto è solo eccesso, superfetazione – al limite, delitto. Da qui, in molta arte, la tendenza a diradare l’opera, a rompere sempre più gli ormeggi con il sensibile e a prendere sempre più decisamente il largo verso il non-sensibile e l’invisibile.

Non a caso la corrente moderna che a un certo punto ha preso il sopravvento è stata chiamata minimalismo: non è ancora il vuoto, ma è la direzione asintotica verso di esso.

 

 

        Quindi, questo bisogno ascetico di puntare all’essenziale – al puro - porta spesso a una hybris, a un eccesso in ultima istanza autodistruttivo. Qualcosa di simile è accaduto anche in politica. Basti pensare alle cosiddette “pulizie etniche”, di cui certo la Shoah è l’esempio più radicale: milioni di abitanti sono stati dislocati, cacciati, deportati, e in molti casi massacrati, per rendere il territorio etnicamente omogeneo, insomma puro. Un popolo deve essere restituito alla sua identità, eliminando tutto “il grasso”, ovvero ciò che è esogeno, ‘altro’, aggiunto, trapiantato. E così nel fondamentalismo islamico, ma anche ebraico, cristiano, ecc. Il cosiddetto fondamentalismo è infatti la rivendicazione di una purezza incontaminata dal mondo secolare.

        Si epura per purificare, per eliminare tutto ciò che risulta sporco, estraneo, escrescente. Il marx-leninismo ha portato all’apogeo la pratica epurativa, da qui le Grandi Purghe staliniane. Stalin disse “il partito si rafforza solo epurandosi”.

        Per molti aspetti, quindi, il Novecento (e il Duemila?) è stato secolo profondamente anoressico; un secolo che ha cercato la purezza eliminando la carne come impurità. Forse per questa ragione l’anoressia prospera nei paesi ricchi, ovvero nei paesi che culturalmente hanno maggiormente assimilato questo ideale di essenzialità e di “riduzione ai minimi termini”. In questo modo la donna anoressica si fa martire e allegoria di un progetto occidentale smisurato di purificazione. Per recuperare un essere che sembra perdersi negli averi.


Sergio Benvenuto

[1] Edicom, Legnano, 2004.

[2] Che una mancanza possa funzionare da feticcio può sorprendere. Ma già Richard von Krafft-Ebing – uno dei fondatori della sessuologia scientifica - aveva descritto il “feticismo negativo”, ovvero quando un uomo desidera una donna solo quando costei manca di qualche organo; ad esempio, quando lei manca di una gamba, o è vistosamente zoppa, oppure strabica, ecc. R. von Krafft-Ebing, Psychopatia sexualis: The Case Histories. D. Falls ed., The University of Chicago Press, Chicago, IL,1997.

[3] D. Cosenza, Il muro dell’anoressia, Astrolabio, Roma 2008.

[4] E. Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano 1977.

[5] Cfr. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 2014.

 

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