Flussi di Sergio Benvenuto

Napoli, 19,3407/set/2016


           Verso il tramonto del 23 novembre 1980 ero contento e soddisfatto. Abitavo a Roma, ma quel giorno ero a casa di mia madre, al Vomero, nella parte alta di Napoli. Ero disteso su un comodo sofà e leggevo un libro di uno storico, Amori contadini, sulla sessualità nel Medioevo.  Al quarto piano del palazzo, particolare che si rivelerà importante.

           Alle 19,34 il sofà sotto di me cominciò a vibrare, come un cavallo da rodeo che cominciasse a scalpitare per liberarsi del cavaliere. Capii subito che era l’inizio “sussultorio” di un terremoto.

           Non avevo mai vissuto un terremoto serio, ma la memoria storica dei parenti napoletani mi aveva tramandato l’essenziale di quell’esperienza. I miei genitori erano a Napoli il 23 luglio del 1930. Quella volta la catastrofe fu notturna, ma di quell’esperienza mi trasmisero tutti i dettagli. Ogni generazione napoletana ha vissuto il “suo” terremoto, e ne parla a figli e nipoti affinché questi, esposti a loro volta, un giorno, all’evento, ne riconoscano subito la firma. Anche mio padre, nel 1930, stava leggendo un libro e non lo potette dimenticare: L’uomo che ride di Victor Hugo. Allora aveva 14 anni. Era molto impressionato dal tragico racconto di Hugo, così quando notò che letto e mobili della sua stanza cominciavano a oscillare in modo bizzarro pensò “ma questo romanzo mi sta facendo avere delle allucinazioni!” Io invece, prevenuto da lui, non attribuii il fatto che quel sofà si lanciasse al galoppo a un affetto allucinogeno della sessualità medievale.

           Dopo il “sussultorio”, l’”ondulatorio”. I muri della casa dove ero nato, fino ad allora così solida e sicura, cominciarono a spiegazzarsi come panni esposti a un forte vento, le mura si curvavano a onde, spezzandosi in più punti.  Crepe nere si moltiplicavano sulle mura bianche come una carne tagliata in più punti da una lama invisibile e implacabile. E in lontananza, il ruggito sordo, spettrale, quasi un mugugno spazientito e calmo allo stesso tempo, del Dio Terremoto. Un boato che lo fa assomigliare a una bestia irata e vendicativa, forse punitiva. In casa tutto vibrava come tremiti per una febbre, ma non avevo ancora paura, mi dicevo “finalmente, faccio esperienza di un terremoto come si deve!” Ma poi guardo la casa di fronte oltre la finestra, e vedo che quel palazzone – da sempre fisso brutto e massiccio, oppressiva inamovibile barriera sin dalla mia infanzia - oscilla, e oscillano i lampadari dentro le stanze illuminate, e alcuni lampadari si spaccano perché danzando la casa prende velocità, ecco, quando crollerà?, quando comincerò a vedere i piani alti staccarsi e precipitare in strada?.... Ma il palazzo dove io sto è una costruzione del tutto simile, stessa epoca, messa su da una cooperativa impiegatizia degli anni 30, quando mio nonno bancario mise assieme i suoi risparmi per dare una casa di 100 mq alla sua famiglia, e anche la casa dove io sto oscilla, tutto si curva da un lato, mura e pavimento si piegano come se volessero inchinarsi, fino a quando si curveranno senza spezzarsi?...

           Per alcuni secondi pensai: “Ora Napoli crollerà completamente. Se lo merita!” Istintivamente, pur essendo laico e niente affatto superstizioso, ebbi la certezza di una punizione divina. Per alcuni secondi fui dominato da un pensiero che assilla i credenti da secoli. Un tropismo irresistibile ci porta a pensare che la catastrofe sarà totale e che sia un castigo. 

           A questo punto scappai. Ero al quarto piano, la strada era lontana. Scelta rischiosissima, perché le scale dei palazzi sono le prime a crollare, meglio starsene fermi sotto l’arco di una porta dei muri maestri. Ma in quel momento si è sicuri che l’intero palazzo, con decine di appartamenti, crollerà, sta già crollando, bisogna solo augurarsi di arrivare in strada qualche secondo prima di essere inghiottiti dallo sfascio. E mentre si corre saltando quattro scalini alla volta, si vede che nelle altre scale tante persone fanno la stessa cosa, alcune donne urlando. Quando si arriva in strada, non vibra più nulla. Il terremoto si fa sentire solo quando ci si allontana dalla madre terra: con i piedi per terra, più nulla sembra muoversi.

           Nel giro di tre-quattro minuti tutta la strada trafficata dove abitavo si riempì di migliaia di persone. Eppure molti non si erano accorti del terremoto. Aveva ragione Rousseau nella sua celebre polemica con Voltaire a proposito del terremoto di Lisbona del 1755: il sisma uccide chi vive nelle case superbe e alte, risparmia chi vive a contatto con la terra. Chi alle 19,34 era per strada, o in auto, non si era accorto di nulla. All’improvviso ha visto le case vomitare masse di persone, anche vecchi e bambini piccoli, ha visto strade e piazze riempirsi all’improvviso e non capisce perché. Un signore in auto sporse la testa dal finestrino e mi chiese “Ma cosa c’è stato? Una rissa?” Il terremoto, cataclisma così naturale, dipende tutto dalla tua prospettiva.

           Ritrovai per strada mia madre, anch’essa fuggita da un appartamento del nostro palazzo. Ma avemmo l’idea geniale di risalire al più presto in casa per telefonare a Londra, dove allora stavano mia sorella, mio fratello e altri parenti: dicemmo loro in fretta che c’era stato un terremoto ma che noi stavamo bene. Lucida prontezza di spirito: qualche minuto dopo, il nostro telefono era completamente bloccato, milioni di persone telefonavano nelle o dalle zone colpite dal sisma. Un blocco che continuò fino alla mattina seguente. In effetti, qualche minuto dopo i miei a Londra accesero il televisore per le News: la prima notizia era il terremoto nella regione di Napoli. Se non li avessimo chiamati subito, sarebbero rimasti l’intera notte nell’incertezza e nell’angoscia.

 

           La casa, a parte qualche crepa nel muro, stranamente stava in piedi, come sempre. Mia madre e io ci preparammo una rapida cena e guardammo la televisione. Il terremoto era stato avvertito in mezza Italia, persino a Bologna, in Toscana, in Calabria. Frettolosi telegiornali ci dissero che l’epicentro era in Irpinia – proprio come nel 1930. Ma la portata della tragedia sfuggiva completamente ai dirigenti RAI. Mentre per le strade di tante città centinaia di migliaia di persone si apprestavano a passare la notte all’addiaccio, la RAI trasmise un lungo reportage, molto osé all’epoca, sulla mutazione del comportamento sessuale in Occidente… Erano intervistati signori di Wall Street nudi che discettavano di esperienza gay ai bordi di lussuose piscine.

            Sapemmo poi che quel terremoto aveva causato 2.914 morti, circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti. Colpì 687 comuni (l'8.5% per cento di tutti gli 8086 comuni italiani), coinvolgendo una popolazione di sei milioni di abitanti. Distrusse o danneggiò 362.000 abitazioni.

           Poi uscii e girai per il quartiere. Non potevo andare altrove, perché tutti i mezzi pubblici erano paralizzati. In ogni strada una sirena d’allarme suonava: il terremoto c’era già stato, ma sirene di cui mai avevamo sospettato l’esistenza lanciavano per ore un allarme continuo e inutile. I cani abbaiavano costantemente, le sirene non la smettevano di squillare - l’aureola sonora del terremoto. Tanta gente per strada, qualche ragazza piangeva aggrappata al fidanzato. Eppure, dopo un po’, uno strano senso di esaltazione, dopo il terremoto, ti afferra. Anche se non sei ancora sicuro di averla scampata – certe volte le scosse di assestamento possono essere più dannose della scossa principale – senti comunque di star vivendo un Evento, e che lo stanno vivendo milioni di persone attorno a te. Non sei più solo, sei come trascinato dal flusso di una tragedia collettiva che ti dà, forse per la prima volta nella vita, il senso grandioso della Gemeinschaft, di qualcosa come la comunità. Tutti abbiamo lo stesso problema. Tutti stiamo pensando alla stessa cosa. Siamo tutti fratelli in sventura. La gamma varia dal terrore di chi non metterà piede nella propria casa per giorni, fino a chi stoicamente se ne andrà a letto dormendo sonni tranquilli, come filosoficamente fece mia madre. Ma una stramba euforia fa brillare quelle ore caotiche della luce della vita, di cui si inghiottono avidamente saporose manciate dato che la si stava là là per perderla, la vita.

           La città si auto-imprigiona. Subito dopo le scosse, migliaia di napoletani avevano preso l’auto per scappare, per raggiungere una campagna qualsiasi senza costruzioni incombenti; ma troppi avevano avuto la stessa idea, l’ingorgo fu tale che alla fine tutti avevano abbandonato l’auto in strada disperati. Tutte le uscite della città erano bloccate dalla caterva di auto, un po’ come quando, in un incendio, la massa che fugge ostruisce le uscite condannando tutti a restare nel luogo infuocato. I treni non partivano né arrivavano perché la strada ferrata non era più sicura, andava ricontrollata metro per metro. L’aeroporto non era agibile. Ogni orologio pubblico, in ogni angolo della città, era fermo e portava la stessa identica ora: 19,34. Per almeno un mese gli orologi di Napoli porteranno quest’ora immobile come marchio dell’uscita dal tempo abituale. Un terremoto congela una grande città in un punto preciso dello spazio e del tempo, come paralizzata da un incantesimo.

           La mattina dopo riuscii a prendere il primo treno che da Napoli partì per Roma, verso le 11 di mattina, prima tutte le linee ferroviarie della regione erano state bloccate. Prima di partire, l’attesa in treno fu lunga, io non avevo dormito e mi appisolai sul sedile sperando che, prima o poi, il treno si sarebbe mosso. Avevo portato con me una piccola macchina da scrivere Olivetti, che avevo adagiato sul portabagagli. Mentre sonnecchiavo, vidi una mano felpata tendersi verso la macchina da scrivere, mi ripresi dal dormiveglia e urlai… Era uno sciacallo. Molti ladri potenziali o di professione lucrano sulla catastrofe approfittando del terrore. Derubano le case che la gente, spaventata, ha lasciato incustodite. Approfittano dell’angosciata distrazione per sfilare gioielli e portafogli.

 

           Fui impressionato dalla repentina guarigione di Tonina la Pazza.

           Al piano sotto casa mia abitava Antonietta, nota in tutto il quartiere come Tonina La Pazza. Si diceva che fosse impazzita da bambina, quando sua madre malata le morì tra le braccia, proprio durante un bombardamento nel corso della guerra. Figlia unica di un mite professore di matematica dei licei, dotato di due occhiali spessi e di una cera perennemente malinconica, non so se per essere rimasto presto vedovo o per dover tutelare una figlia schizofrenica. Da bambino avevo paura di quella ragazza bella ma enigmatica, con i suoi occhi mobili come le fiamme sembrava sempre guardare oltre di te dietro le tue spalle, si fermava a lungo davanti alle porte dei negozi biascicando frasi incomprensibili ed eseguendo gesti sibillini, come strega posseduta da un demone invisibile. Si diceva che talvolta lasciasse sul pavimento dell’ascensore condominiale alcune pozzanghere di urina; più giovane, copulava senza esitazione con qualsiasi uomo, ovunque, che, approfittando della sua follia, la circuisse. Da piccolo, tremai quando un giorno venne a casa nostra e si esibì in una suonata al pianoforte, che eseguì perfettamente. Lo so che non era pericolosa, ma la follia spaventa perché getta uno squarcio di eccesso e di infinito nel mondo addomesticato e finito del quotidiano. Le madri del quartiere dicevano di tanto in tanto alle loro figlie ancora piccole: “Non fare così, altrimenti finirai come Tonina! Non toccarti in mezzo alle gambe, altrimenti farai la fine di Tonina!”

           Morto il padre triste, Tonina era rimasta sola in quell’appartamento al piano di sotto, ed era diventata l’incubo dei vicini. Il suo problema era oltrepassare una qualsiasi soglia, innanzitutto quella della propria casa: ossessiva iperbolica, una forza misteriosa la respingeva oltre la soglia, da qui un numero indefinito di gesti rituali, formule insignificanti, va e vieni come in una danza a scatti. Spesso la paralisi era tale che citofonava a qualche vicino con voce piagnucolosa e implorante per farsi aiutare: il malcapitato doveva raggiungerla, prenderla per un braccio, e con dolce fermezza spingerla a varcare la barriera immaginaria, in un tira-e-molla che poteva durare a lungo. Era una malata spettacolare, intrusiva, esibizionista, sontuosamente estroversa.

           La sera del terremoto la incontrai in strada: sembrava un’altra. Era scappata di casa come tutti noi, gli inceppi ossessivi si erano dissolti come d’incanto. Deambulava senza intoppi, parlava normalmente, sembrava ringiovanita. Lei chiese con molta calma ad alcuni vicini terrorizzati: “E se ci sono stati danni alle nostre case, chi pagherà le riparazioni?” Una preoccupazione del tutto sensata, ma in quei frangenti quella inquietudine economica venne interpretata come segno della sua abituale follia, le si disse: “Ma come, in un momento come questo, ti preoccupi dei soldi?” Pochi giorni dopo, passata la grande paura, proprio questo divenne l’assillo pervasivo nella città: chi riparerà i danni? E con quali soldi? E quando? Tonina anticipava di ore quel che si sarebbe imposto come il tema dell’anno. Insomma, mentre i miei vicini normali quasi non ragionavano più, Tonina invece era tra tutti la più assennata. Il terremoto aveva guarito – per qualche giorno - la sua schizofrenia. Tutti credevano che fosse diventata matta per un trauma, ma ora un trauma l’aveva guarita.

           Dopo Tonina tornò a essere l’handicappata solita. La metamorfosi mi ha fatto però riflettere molto sulla natura della psicosi. E se gli psicotici fossero esseri che possono dare il meglio di sé solo in situazioni eccezionali, catastrofiche, straordinarie? Non è forse la routine, la calma ciclicità delle giornate indolenti, a farli impazzire? Come Napoleone non poteva vivere senza fare qualche guerra – altrimenti cosa sarebbe stato di lui? sarebbe morto come morì a S. Elena? Analogamente Tonina, che aveva vissuto i bombardamenti forsennati della guerra, si era strutturata per vivere solo in un mondo d’angoscia, i suoi tic segnalavano la sua incapacità di vivere nel mondo protetto e ovattato da un padre amorevole che le aveva lasciato tutto. Molte pazzie sono dovute a un’estenuante carenza di traumi? Le catastrofi sono medicina per alcuni?

 

           Una sofferenza lunga, ricorrente, strisciante, comincia dopo il terremoto. Si sa che le attività sismiche continueranno per settimane e mesi, che si subiranno altre scosse, e si paventa sempre che siano peggiori di quella iniziale. Per mesi, si è sempre sul chi-va-là. Si va a dormire con la porta di casa aperta, a rischio di farsi derubare da qualche sciacallo, pensando che se di notte ci saranno altre scosse si potrà così scappare: si è terrorizzati dai racconti di quelli intrappolati in casa perché le scosse sconquassano il lucchetto della porta e la sprangano. A letto, molti non si spogliano del tutto: se il terremoto li coglierà dormendo, almeno sarà più rapido rivestirsi. Ci si fa meno il bagno e la doccia, le effusioni amorose si fanno in fretta, per non essere colti, nudi, dalle scosse. Si vive in una perpetua disposizione alla fuga. Si avvertono oscillazioni da traffico a cui prima non si faceva minimamente caso; si percepisce ogni sussulto, ogni vibrazione.

           Per mesi e anni di notte ho sognato il terremoto. Al di là delle varianti, il copione era più o meno sempre lo stesso. Sto in una città – può essere Napoli, o qualsiasi altra – dove c’è un terremoto. Cammino su strade alquanto strette circondate da alti palazzi, ragion per cui cerco, correndo, di guadagnare spazi aperti. Ogni tanto arrivo in effetti in uno spiazzo, ma poi mi volto e vedo che mi ero illuso: palazzi altissimi bordano questo spiazzo da una parte, occorre quindi che io mi sposti ancora, al più presto. Nei sogni più trucidi, qualche palazzo crolla, ma a distanza da me, sono risparmiato. Quindi giungo finalmente in uno slargo libero da costruzioni, ma anche qui realizzo che non mi ero accorto di un palazzone vicino propria sopra di me…  e la fuga ricomincia. “Terremoto è sempre”.

 

Sergio Benvenuto

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