Flussi di Sergio Benvenuto

Perché i poveri amano il rumore? Un film “coatto”10/mag/2018


 

            Negli anni 20 o 30 André Breton e i suoi amici surrealisti usavano un sistema eccellente per scegliere i film da vedere a Parigi: andavano a vedere solo i film che erano stati massacrati dalla critica. Talvolta anche io applico questo metodo. Così sono andato a vedere Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, film ignorato dai critici perché pellicola “volgare”, come lo è parte dei suoi protagonisti. 

Questa commedia grottesca mette in corto circuito due strati sociali abissalmente separati. Lui, interpretato da Antonio Albanese, è un signore che dirige un Think Tank internazionale e si reca spesso a Bruxelles per illustrare progetti di riqualificazione delle periferie urbane; il suo stile di vita è del tutto omogeneo a chi legge La Repubblica o vi scrive. Ha però una figlia di 13 anni che si fidanza con un coetaneo figlio di “coatti” che abitano a Bastogi, una delle zone più degradate del suburbio romano. Albanese viene così a trovarsi in stretta aderenza con gente proveniente da quel mondo che lui conosce solo attraverso le statistiche e le ricerche sociologiche. La madre del ragazzo, interpretata da Paola Cortellesi, fa la cameriera mentre il padre, parrucchiere, è finito in galera per stupidi atti di violenza. Sia il padre di lei che la madre di lui si oppongono a questo mix sociale, che “durerà quanto può durare un gatto in tangenziale”.

            Il film ha avuto un grande successo di pubblico, e mi chiedo: presso chi? Presso la borghesia intellettuale e di sinistra incarnata da Albanese, o presso il pubblico popolare incarnato da Cortellesi? Se avesse avuto successo presso entrambi, sarebbe uno dei pochi film interclassisti prodotti in Italia. Esiste una lunga tradizione di film, italiani e non, che uniscono prima di tutto sessualmente individui di ceti sociali molto distanti tra loro. Uno è per esempio il francese Pas son genre (Sarà il mio tipo?) di Lucas Belvaux del 2014, il quale elabora ben altre sottigliezze nella sua analisi di una relazione amorosa tra un giovane professore di filosofia parigino e una giovane parrucchiera (ancora parrucchieri!) di Arras, cittadina della nordica provincia francese. Nel film francese però lo scarto culturale e sociale tra i due amanti è in fondo ammortizzato, il regista rispetta troppo la sua parrucchiera per farne uno stereotipo buffo e plebeo. 

            Ci colpisce la differenza tra il film di Milani e la lunga tradizione cinematografica che illustra il “popolaresco”, dal neorealismo fino a Pasolini o a Ettore Scola. Si prenda la Cabiria de Le notti di Cabiria (1957) interpretata da Giulietta Masina: è una puttana borgatara che ci commuove per la sua ingenuità, ma non è mai veramente ridicola né volgare. Persino in un film come Brutti, sporchi e cattivi (1976) di Scola, dove i poveracci sono mostrati anche nel loro squallore morale, costoro hanno una loro dimensione maestosa, la nostra saison à l’enfer tra di loro ce li restituisce quasi giganteschi. Mentre i borgatari di Milani sono prima di tutto ridicoli, e non oggetto di angoscia e compassione, come diceva Aristotele degli eroi tragici. 

In Come un gatto in tangenziale i popolani appaiano, innanzi tutto esteticamente, brutti. Ricoperti di tatuaggi vistosamente kitsch, maneschi, inclini al furto, vestono nel modo più pacchiano con camicioni che esibiscono luccicanti parole inglesi di cui ignorano il significato. Sembrano caricature di se stessi, ma proprio la violenza dello stereotipo ci turba, riesce a darci, ancor più dell’elegante film francese, il senso atroce della distanza sociale. Così, la grassoccia farsa italiana risulta più tragica del dramma francese, che pure non ha un lieto fine. Va detto che il film è frastagliato da notazioni, o meglio sarebbe dire marchi, di classe.

            In questo film gli immigrati, anch’essi poveri, restano sullo sfondo. Il teorema dello sceneggiatore (che è lo stesso Milani) è chiaro: si tratta qui di un film sulla discrasia di classe tra italiani. Il teorema è che non esiste più marxista lotta di classe, ma il ben più moderno e reciproco disprezzo di classe. Certo il film è lastricato di buone intenzioni di sinistra, deplora la lontananza tra l’intellettuale “progressista” e coloro di cui vorrebbe essere il patrocinatore.

            In effetti, se quei personaggi agli antipodi sociologici fossero persone reali, si potrebbe scommettere che mentre Albanese e la sua raffinata ex-moglie votano per un partito della sinistra (non importa se Liberi e Eguali o il PD), invece la borgatara vota sicuramente o il M5S oppure la destra, o piuttosto non vota. Ormai è questa la stratificazione elettorale in Italia: i ceti colti e benestanti votano a sinistra, i ceti non colti e malestanti per quella che voi lettori e io stesso consideriamo feccia politica. Un tempo, invece, l’intellettuale raffinato e l’operaio di fabbrica avevano almeno una cosa in comune: entrambi votavano per il partito comunista. Oggi non c’è nemmeno più questa comunanza.

            Il film talvolta sembra un paper di psicologia sociale comparata; in effetti, vi ritrovo una serie di tratti che mi colpiscono quando ho a che fare con persone dei ceti popolari. 

Ad esempio, nel film appare chiara la distinzione tra chi è culturalmente educato e chi non lo è quando vanno al cinema: alla fine del film, la persona colta resta seduta fino alla fine della pellicola, legge i nomi dei collaboratori e degli enti che hanno contribuito al film. Questo viene considerato parte del rituale sociale dell’andare a cinema. Mentre il “cafone” o coatto se ne va appena cominciano i titoli di coda. Un’altra specificità del popolano: il ritornello “tutti i politici sono dei magna-magna”. E’ questo il populismo dei poveri: la certezza che i politici mangiano. Il successo della metafora orale è molto significativa: fare soldi a spese di altri è identificato all’atto infantile elementare del nutrirsi al seno materno. Il privilegio, per il povero, è soprattutto riempirsi la pancia.

Per esempio, queste persone usano suonerie per smartphone o sveglie assolutamente cacofoniche: rumori stridenti, come a voler bucare l’orecchio. Ritrovo questo tratto nel film. Quando chiedo ad alcuni di loro perché abbiano messo delle suonerie così brutte, di solito rispondono “Per essere scosso fino in fondo. Così mi rendo conto che qualcuno mi cerca…” Questa preferenza per i suoni assordanti, per il rumore, è un marchio di quella che chiamerei l’inferiorità sociale. Del resto il frastuono non è solo sonoro, è anche visivo: il loro modo di vestirsi e di acconciarsi è – per noi - un pugno nell’occhio.

            Chi appartiene a un ceto sociale marginale è anche attirato da luoghi affollati, il più possibile caotici, comunque edificati. Nel film si mette a confronto una spiaggia “popolare” vicino Roma, frequentata d’estate dai suburbani, e la spiaggia di Capalbio, luogo di incontro della crème intellettuale romana. La popolana (Cortellesi) non capisce perché Albanese vada al mare in una spiaggia semi-deserta, quasi selvaggia, dove è proibito mettere le radioline ad alto volume, perché il bello della spiaggia, per lei, è fare caciara. 

            Insomma, questa farsa edificante mi ha ridestato una domanda: perché i ceti più poveri amano tanto il fracasso? E perché a loro il rapporto silenzioso, estatico, solitario con la natura non dice niente? 

Questo non è vero solo dell’Italia. Quando vivevo a New York, mi colpiva quanto i neri, in particolare ad Harlem, “disturbassero” tenendo le radio ad alto volume. Era una loro feature etnica. Spike Lee girò nel 1989 un film che lo rese famoso, Do the Right Thing. Un pizzaiolo di origine italiana opera da decenni in un quartiere nero di NY, ma nella sua pizzeria è proibito entrare con radio accese. Il giorno che un giovane nero si rifiuta di spegnere la propria radio e il pizzaiolo gliela rompe, divampa un pogrom: la pizzeria è messa a ferro e fuoco. Il suono è materia del contendere etnico. Del resto, nella Napoli povera degli anni 60 e 70 i ragazzi dei quartieri poveri avevano un hobby: essere fracassoni, cioè percorrere ad alta velocità di notte la città con motociclette truccate svegliando interi quartieri.

            Credo che questa attrazione per l’eccesso sensoriale – per chiamarlo in modo chic – sia la variante popolaresca di un impulso fondamentale di tutti gli esseri umani: quello di distinguersi dagli altri. Comune quindi sia ai ricchi che ai poveri, sia ai colti che agli incolti. Impulso a emergere dal fondo indistinto in cui siamo confusi. A farci notare e ammirare. E questo non solo per proporci come partner sessuali convincenti, ma anche perché tanti di noi mirano a una certa narcisistica visibilità. L’istinto sociale umano non è egualitario, ed è contro questo istinto che la sinistra egualitarista, puntualmente, va a sbattere come contro un muro. C’è in ciascuno una pulsione “cubista”; e intendo qui non il cubismo di Picasso e Braque, ma quello delle discoteche. Ora, per la persona colta e benestante un appannaggio di prestigio è assicurato: una certa cultura, il potersi permettere viaggi esotici e amicizie altolocate, la pone comunque in una fascia rispettata della stratificazione sociale. Ma il povero incolto non ha di questi atouts: produrre rumore, accecare l’altro con colori acrilici, sbattere in faccia il proprio tatuaggio vistoso, sono surrogati di una preminenza di cui è privo. Se si è poco colti e poveri, e non particolarmente belli o belle, si è irrilevanti. Così, fare soldi e soprattutto esibirli è molto più importante che per una persona colta. Certo ho conosciuto intellettuali avidi, intenti ad arricchirsi. Ma la mia impressione è che per un giovane colto della borghesia avere molti soldi sia molto meno importante che per un giovane di una periferia. Se manchi di cultura, poter spendere rende interessanti, salienti. Quindi, un tratto comune tra i ceti sociali più distanti c’è: il bisogno di singolarizzarsi. Un bisogno che Georg Simmel, già nel 1895 (La moda), aveva perfettamente reperito come la matrice delle mode, di tutte le mode, da quella delle minigonne fino a quella della linguistica cognitivista. 

Proprio perché la persona benestante non deve giocarsi la propria identità nella relazione sociale, essa può dedicarsi alla contemplazione naturale: escursioni alpine, bagni in spiagge deserte del Guatemala, tramonti nel circolo polare artico. Il fascino per la natura sancisce un successo sociologico: “sto nei piani superiori, dai quali posso contemplare il cielo. Non ho bisogno di far baccano attorno a me per fami notare. Né ho bisogno di circondarmi di frastuono, perché non ho bisogno di caricarmi, i lavori intellettuali esigono concentrazione non stordimento”. Del resto il frastuono, ottico e sonoro, è anche un attacco carico di rabbia, proprio perché l’essere stipati nei piani inferiori nutre il rancore. Chi è arrivato nell’attico della società, non è più arrabbiato. Può sdraiarsi su una poltrona sul terrazzo e sentirsi grande contemplando la luna.

 

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